La leggenda narra che indossasse sempre lo stesso vecchio e consunto cappotto blu notte. Di qui il suo soprannome. The Big Blue.

Altri tempi. I cosiddetti tempi eroici. Quando giocare a basket poteva portare fama ma non sempre ricchezza.

Lui era Robert Lee Pettit Jr, per tutti Bob, un figlio della Louisiana. Vi nacque nel lontanissimo dicembre del 1932 e lì frequentò la high school di Baton Rouge.

Il giovane Bob amava visceralmente la pallacanestro e al fantastico sport inventato da Naismith dedicava tutto il tempo libero in lunghi ed estenuanti allenamenti solitari. Con la palla a spicchi ci sapeva fare, ma fisicamente non era particolarmente prestante così finì per essere escluso dalla squadra della scuola sia nell’anno da freshman che in quello da sophomore.

La delusione fu cocente, ma il ragazzo decise di non mollare. Incoraggiato e aiutato dal padre, sceriffo di contea, aumentò l’impegno per conquistarsi un posto che lui sentiva di meritare.

L’anno dopo Bob, cresciuto nel frattempo di svariati centimetri, fece il suo ingresso in squadra, ne divenne ben presto il leader e nel 1950 la portò a vincere per la prima volta il titolo dello stato.

Quel titolo sarà – stando alle parole dello stesso Pettit – la soddisfazione più grande di una carriera che ha avuto pochi eguali nella storia della pallacanestro mondiale. Una soddisfazione persino superiore a quando, parecchi anni dopo, porterà i St. Louis Hawks sul tetto del mondo.

“Non sono vittorie paragonabili” dirà un attempato Pettit al St. Louis Dispach. “Un anello NBA è sempre un anello NBA, ma a quel tempo conquistare il titolo dello Stato significava veramente tanto.”

Quella vittoria gli spalancò improvvisamente le porte di svariati college, e lui scelse ovviamente Louisiana State, dove trascorse tre anni (all’epoca i freshman erano esclusi dalla prima squadra) ricchi di successi personali (tre volte All-Sec, due volte All-America), riuscendo a condurre LSU alle Final Four del 1953.
In semifinale arrivò la sconfitta contro Indiana che poi andrà a vincere il titolo battendo in finale Kansas, allenata dal grande Phog Allen.

Pettit chiuse la sua carriera in NCAA con una media di oltre 27 punti a partita. All’età  di 22 anni, nel 1954, lasciò il college dopo averne ritoccato tutti i record.  Eppure in pochi pensavano che la giovane ala potesse avere un futuro nella ancor più giovane National Basketball Assosiacion.

Alto 206 centimetri per 95 chili, Pettit era giudicato troppo esile per gli standard del piano di sopra. Almeno questa era l’opinione comune degli addetti ai lavori. Uno dei tanti, clamorosi errori di valutazione. Forse il primo.

Il nostro finirà per trascorrere 11 stagioni nella NBA. E non solo in quegli anni sarà senza ombra di dubbio la migliore ala forte della lega, ma fino a metà  anni ’80, quando il ruolo subì un’importante evoluzione, verrà unanimemente considerato la migliore Power Forward di sempre.

Pettit è stato il primo giocatore della storia a superare i 20.000 punti ed i 10.000 rimbalzi in carriera. All Star in ognuna delle sue undici stagioni in NBA, per 4 volte è stato eletto MVP della gara, record all time, eguagliato soltanto quasi mezzo secolo dopo da Kobe Bryant.
Per dieci volte è finito nel primo quintetto della lega. Una volta nel secondo, al suo ultimo anno in carriera. Tuttora è uno dei 5 giocatori della storia ad aver fatto parte di un quintetto NBA in ognuna delle sue stagioni da professionista

Ha vinto due trofei di MVP di stagione regolare. Di più, è stato il primo MVP nella storia della National Basketball Association.
Non è mai sceso oltre il settimo posto nella classifica dei realizzatori in ogni singola stagione. Ma soprattutto, ha vinto un titolo importantissimo e difficile. L’unico a sconfiggere gli incredibili Celtics di Cousy e Russell in una serie finale.

Ad oggi è il sesto realizzatore di sempre per media punti (26,4) fra i giocatori già ritirati, ottavo complessivamente, ed è il terzo per media rimbalzi (16,2), dopo gli irraggiungibili Chamberlain e Russell.

Nel 1970 è entrato a far parte della Hall of Fame di basket. Nel 1971 in occasione dei 25 anni della NBA è stato incluso fra i primi 10 giocatori della storia. Nel 1981 la NBA stilava una nuova classifica e Pettit rientrava fra i primi 11 giocatori di sempre. Infine, nel 1996, in occasione del cinquantennale della lega è stato ovviamente incluso fra i 50 giocatori più forti di ogni tempo.

La sua è la grandezza di un uomo che ha dovuto combattere con i denti e con le unghie per raggiungere ogni singolo traguardo. Un uomo che ha sempre anteposto a qualsiasi cosa il lavoro duro, il sacrificio, il sudore della fronte.

Uno che in campo dava sempre tutto, indipendentemente dall’importanza della partita, dal risultato e dai record. E che, a detta di Red Auerbach, “Would play all out, whether he was 50 points ahead or 50 behind. It didn’t matter. That’s the only way he knew how to play… all out!”

Tuttora nella NBA è famosa e viene presa a modello la straordinaria etica lavorativa e l’incredibile spirito competitivo del leggendario Big Blue. Colui che in campo dava tutto.


Scelto al primo giro del draft del 1954 dai Milwaukee Hawks fra lo scetticismo generale, in una NBA dominata dall’allora stella George Mikan alla sua penultima stagione, Pettit si impose subito all’attenzione generale, vincendo il trofeo di Rookie of the Year dopo un anno chiuso con 20.4 punti e 13.8 rimbalzi a partita.

I Milwaukee Hawks finirono comunque sul fondo della Western Division con un record di 26 vittorie e 46 sconfitte, in un’epoca in cui le squadre della lega erano appena 8, divise in due Division, e le partite di Regular Season erano 72.

Quella stessa estate la franchigia si spostò da Milwaukee a St. Louis per una lenta ma costante ripresa che di lì a qualche tempo avrebbe portato la squadra sul tetto del mondo.

Prima dell’inizio della Regular Season 1955-56, la NBA istituì il premio di MVP di stagione. E il secondo anno Pettit fu il primo a vincere l’ambito trofeo, realizzando 25.7 punti e catturando 16.2 rimbalzi.  Bob fu anche MVP dell’All Star Game, strabiliando tutta l’America sportiva con una prestazione da 20 punti, 24 rimbalzi e 7 assist.
Adesso era ufficiale. Era nata una stella.

Gli Hawks chiusero con 33 vittorie stagionali, acciuffando per un pelo il carro dei playoffs. Riuscirono a superare lo scoglio rappresentato dai Minneapolis Lakers di un Mikan ormai prossimo al ritiro grazie a 41 punti nella gara decisiva di Pettit. Ma la corsa di St. Louis s’arrestò in finale di division contro i Fort Wayne Pistons.

L’anno successivo, gli Hawks, guidati da loro giovane profeta, raggiunsero la prima finale della loro storia. Contro i Celtics del fenomenale play Bob Cousy e del rookie Bill Russell.
Boston aveva il miglior record della season, ma Pettit mise 37 punti in gara 1 e St. Louis inaspettatamente si portò subito in vantaggio nella serie ribaltando il fattore campo.

I Celtics impattarono il risultato in gara 2, persero gara 3 in trasferta ma poi si ripresero il fattore campo espugnando il palazzetto degli Hawks grazie alla prestazione di Bob Cousy, autore di 31 punti. I biancoverdi si imposero largamente in gara 5, nonostante un’altra grande prova di Pettit, autore di 33 punti. Ma due giorni dopo, fra lo stupore generale, gli Hawks pareggiarono nuovamente i conti nella serie portandosi sul 3 pari e forzando un’inaspettata gara 7.

Quella settima sfida è tuttora ricordata come una dei più eccitanti match della storia. Fu vinta dai Celtics dopo due overtime per 125 a 123. Era il primo titolo della loro storia, il primo di una lunga serie di successi targati Bill Russell e di una dinastia senza eguali.

Nonostante la sconfitta, per Pettit furono solo gloria ed onori. Aveva chiuso gara 7 con 39 punti e gli interi playoffs con le strabilianti cifre di 29.8 punti e 16.8 rimbalzi a partita. Ma il meglio doveva ancora arrivare per il numero 9 in maglia Hawks. La rivincita sui Celtics era davvero vicina.

Pettit disputò la stagione successiva giocando ancora meglio e trascinò nuovamente la sua squadra alla finalissima contro Boston. Stavolta nessuno era così folle da dare per spacciata St. Louis.

L’evento fondamentale della serie finale si verificò in gara 3 sul risultato di uno a uno, quando Russell si infortunò ad una gamba e fu costretto ad abbandonare partita e serie.
Gli Hawks vinsero gara 3 e persero gara 4, ma riuscirono ad espugnare il Boston Garden in gara 5, portandosi in vantaggio per 3-2.

I Falchi tornarono a St. Louis ben decisi a chiudere la serie. Russell provò a giocare la partita decisiva, ma dopo pochi minuti dovette abdicare definitivamente non riuscendo più neanche a poggiare il piede per terra.

Pettit salì in cattedra. Realizzò 31 punti nei primi tre quarti. Ma fu nel quarto periodo che diede il meglio di sé realizzando 19 punti dei 21 complessivi della sua squadra. Chiuse il match a quota 50, sfornando quella che all’epoca rappresentava la migliore prestazione realizzativa mai registrata in una partita di finale.

Trascinata dalla sua ala, gli Hawks vinsero gara 6 e si ritrovarono campioni del mondo.

Secondo molti addetti ai lavori, senza l’infortunio di Russell, i Celtics non avrebbero mai perso quel titolo, ma Auerbach rifiutò di appellarsi all’infortunio del suo centro per spiegare quella sconfitta e fu il primo a rendere omaggio all’eccezionale prestazione di Pettit.

L’anno seguente, nel 1958-59, Bob fu nuovamente MVP della Regular Season dopo aver realizzato oltre 29 punti per gara (primo nella Nba) e preso 16 rimbalzi (secondo dietro Russell). Mantenne queste medie anche nei tre anni successivi, in cui St. Louis finì sempre in cima alla Western conference.
Ma il titolo non arrivò più.

Dapprima i Lakers della giovane stella Elgin Baylor eliminarono gli Hawks in finale di Conference, quindi i soliti Celtics si rivelarono praticamente imbattibili per due anni di seguito in finale.

Eppure numericamente parlando, la stagione 1961-62 fu la migliore per l’ormai trentenne Pettit. Realizzò 31.2 punti a partita e catturò 18.7 rimbalzi.
Non vinse il terzo titolo di MVP di stagione solo perché Russell in quegli anni stava letteralmente riscrivendo non solo il ruolo del centro, ma anche la storia della lega. Non fu il miglior realizzatore della stagione solo perché un giovane Chamberlain cinquantellava spesso e volentieri.

Non fu neanche il miglior rimbalzista perché sempre Chamberlain aveva l’abitudine di prenderne oltre un ventello ad allacciata di scarpe, eppure i numeri di Pettit, la sua abnegazione, la dedizione che riservava al gioco, ne facevano un’icona e un punto di riferimento per tutti i giovani che si avvicinavano a quello che stava diventando il dorato mondo della pallacanestro a stelle e strisce.

Non fu un caso infatti se la dirigenza di St. Louis, dovendo sostituire il coach Andrew Levane che aveva all’attivo un poco onorevole record di 20 vittorie e 40 sconfitte, decise di affidare la panchina per le ultime sei partite della Regular Season ‘62 proprio al suo giocatore più rappresentativo. Bob divenne così allenatore-giocatore della squadra. Era il preludio a un ritiro che nessuno giudicava imminente.

Nel 1964 arrivò tuttavia il primo infortunio serio in carriera. Pettit giocò 50 partite alle medie di oltre 22 punti e 12 rimbalzi a partita, poi disse basta. Non aveva ancora 33 anni.
Alla fine di quella stagione appese le scarpe al chiodo e i St. Louis Hawks non furono più gli stessi.

Secondo l’autorevole parere di Auerbach, l’indimenticato ed indimenticabile Big Blue era stato in quegli anni, sotto molto punti di vista, un’ala persino migliore del giovanissimo Elgin Baylor. Potremmo fermarci a questa dichiarazione per spiegare la meritatissima presenza di Pettit in questa classifica.

Ovvio che se ci basassimo sui suoi numeri, avrebbe sicuramente meritato diverse posizioni in più, rientrando a buon diritto fra i primi 20 giocatori della storia. Se così non è stato fatto, lo si deve esclusivamente ad una semplice questione “temporale”.

Risulta impossibile non considerare come Pettit abbia esordito in una lega in cui era ancora vietato l’ingresso ai giocatori di colore e come abbia speso la maggior parte della sua carriera in un contesto ancora piuttosto lontano dagli standard elevatissimi che avrebbero contraddistinto la NBA dagli anni ’60 in poi.

Ciò non toglie che anche con l’arrivo dei campionissimi Russell, Baylor, Chamberlain, Robertson e West, Bob Pettit abbia continuato ad esprimersi per le restanti stagioni su livelli di eccellenza assoluta.

Certo, ha vinto un solo titolo. Ma tanti, troppi grandi campioni dell’epoca hanno dovuto rinunciare alle loro velleità  di vittoria per colpa di quei terribili Celtics. E il paragone con Baylor (nessun titolo), West (un solo anello) e Chamberlain (due titoli) sorge naturale e spontaneo.

Alla fine di tutto, indipendentemente dalle classifiche, rimane l’omaggio ad un grande campione troppo spesso dimenticato, al primo MVP della storia, all’unico immenso giocatore capace di battere in una serie finale Bill Russell e i suoi Celtics.

▶ 14:51

Post By Goat (25 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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4 thoughts on “28  – Bob Pettit

  1. Bel pezzo su un giocatore effettivamente troppo spesso dimenticato e forse finito anche troppo in basso. Mi chiedo ad esempio come Goat valuta Pettit rispetto a Mikan, considerando che i due sono stati quasi contemporanei.

  2. Ciao Goat, complimenti e vorrei che mi togliessi una curiosità:
    Come mai Petit,che nella classifica dei 25 era dietro a Walton e Reed ora è avanti a loro?

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