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Michael Jordan story: ‘Il ritorno e il quarto titolo’

“Voglio dimostrare di poter primeggiare anche in un’altra disciplina”.
Con queste parole, e sempre per la devozione verso il defunto padre, Jordan tenta la carriera nel baseball professionistico, sognata fin da ragazzo.

L’amore del padre appena scomparso per questo sport fu probabilmente la motivazione più forte che spinse Jordan a ritirarsi dalla pallacanestro per dedicarsi alla sua nuova carriera. Un sogno coltivato sin da quando era ragazzino, che però si infrange solo dopo 45 giorni quando si dovrà accontentare della molto meno prestigiosa maglia dei Birmingham Barons in una lega di seconda divisione.

“E’ stato un sogno per me, 16 dollari al giorno per mangiare attraversando le piccole città dell’America in pullman, un’esperienza che mi ha arricchito. Mi ha dato più voglia di tornare a giocare a basket”.

In realtà, nonostante la grande aspettativa del pubblico nei confronti del campione, Air ottiene risultati abbastanza modesti: ottiene una media di battuta di 0,202, con 3 HR, 51 RBI, 30 SB (quinto nella Southern League a pari merito), 11 errori e 6 assistenze.

Tali risultati fecero salire la pressione di giornalisti e tifosi che, aspettandosi qualcosa in più dall’ex-superstar NBA, iniziarono a criticare Jordan, ipotizzando anche che il suo ingaggio fosse più dovuto ad un fattore pubblicitario che ad altro. I risultati non soddisfano l’orgoglio del campione, che dopo un anno e mezzo circa torna a casa, dichiarando conclusa la sua carriera di giocatore di baseball.

I suoi tifosi iniziano a sperare quando si allena per due giorni di fila con i Bulls. La rete televisiva ESPN interrompe i programmi per dare la notizia di un suo possibile ritorno. La Nike invia 40 paia di scarpe ai Bulls, quelle di Jordan.

Il 18 marzo alle 11:40 del mattino i Bulls emanano un breve comunicato: “Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro i Pacers”.

Michael Jordan, accompagnato da alcune guardie del corpo, si presenta a una conferenza stampa superaffollata balbettando solo poche parole: “I’m back!”.

Come ulteriore segno di cambiamento, Michael sceglie di usare sulla maglia, al posto del mitico numero 23, il 45, numero che aveva quando giocava a baseball da piccolo, già utilizzato da suo padre, e suo reale numero preferito. Dichiarò alla stampa, inoltre, di non voler più utilizzare il 23 perché era il numero con cui il padre lo aveva visto giocare la sua ultima partita, prima di essere ucciso.

Inizia un nuovo ciclo per i Chicago Bulls, che nei due anni senza Jordan avevano raggiunto risultati deludenti, arrivando comunque ai play-off.

Nella stagione 1993/94 non tornò però in una partita casalinga, bensì al Conseco Field House Center di Indianapolis contro i Pacers di Miller (all’epoca la miglior squadra della Central Division). La partita, disputata il 19/03/1995, si concluse dopo un over-time e a vincere fu il team di Reggie. MJ concluse con 19 punti, 6 rimbalzi, 6 assists e 3 palle rubate.

Una settimana circa piu’ tardi, Sua Maestà scese in campo nella sua arena “preferita”: il Madison Square Garden. Sotto i riflettori di New York nessuno riuscì a fermarlo e terminò con 55 punti (30 segnati nel primo tempo).

Con alcuni giocatori della vecchia squadra, come Scottie Pippen e alcuni nuovi innesti, tra i quali spiccano il croato Toni Kukoč (già avversario di Pippen e Jordan con la Croazia, ai Giochi olimpici di Barcellona) e Luc Longley, sempre sotto la guida di coach Phil Jackson, la squadra riprende la sua “routine” di vittorie.

Michael ha risentito solo in parte dello stop di circa un anno e mezzo, ma la squadra comunque non riesce a raggiungere le finali, venendo eliminata ai play-off dagli Orlando Magic, che verranno poi sconfitti in finale dai Rockets nello scintillante duello tra centri Shaquille ÒNeal e Hakeem Olajuwon.

Proprio in una gara di play-off contro Orlando, Jordan commette alcuni errori decisivi; il giocatore dei Magic Nick Anderson, in un’intervista, parla del numero 45 dei Bulls come di un giocatore forte, ma non quanto il 23, che era paragonabile a Superman.

Stuzzicato dal rivale, MJ dalla partita successiva in poi tornerà ad indossare la maglia numero 23 (che non abbandonerà più per il resto della carriera), pagando una multa per ogni partita di play-off giocata con quel numero (nella NBA infatti è proibito cambiare numero di maglia a stagione in corso senza richiederne preventivamente l’autorizzazione).

Purtroppo, nei playoffs, dopo aver eliminato gli Hornets, la corsa dei Bulls si fermò contro i Magic i quali potevano contare su Shaq, Penny Hardaway, ma soprattutto su Horace Grant che, passato proprio da Chicago ad Orlando nel periodo in cui MJ si dedicava al baseball, il quale diede ottimi consigli a tutti i suoi nuovi compagni sui punti deboli della sua ex-squadra e questo (oltre all’assenza di un rimbalzista) risultò fatale per Chicago.

Scottato dalla sconfitta nella precedente serie di playoff, Jordan passa l’estate a prepararsi duramente in vista della nuova stagione. In quella che seguirà, la stagione 1995-96, Jordan è di nuovo protagonista assoluto e i Chicago Bulls disputano un’altra stagione superlativa.

Facile immaginare che in estate la priorità numero uno della dirigenza era quella di portare nella Città del Vento un rimbalzista in grado di spazzare il tabellone e di aiutare Luc Longley. Krause decise di puntare al meglio e quindi acquistò Dennis Rodman dai San Antonio Spurs.

Non fu difficile portarlo in Illinois perche’ in Texas non ne potevano piu’ di Dennis e del suo carattere indomabile che, almeno secondo molti, aveva praticamente distrutto le ambizioni del Team nella stagione 1994/95.

Chicago non si fece spaventare dal carattere di Rodman perche’ sapeva di poter contare sulle doti di un leader indiscusso come Jordan e di un coach dotato di una grandissima personalità come Phil Jackson.

Il trio Jordan-Pippen-Rodman, sotto la guida di Jackson, e supportato da Kerr e Kukoc in panchina (quest’ultimo sesto uomo dell’anno 1996) risultò praticamente imbattibile: Chicago in casa perse solo una volta e complessivamente concluse con un 72-10 ovvero il miglior record vinte/perse di tutti i tempi.

Jordan vinse il suo ottavo titolo di marcatore e Rodman il suo quinto consecutivo da rimbalzista, mentre Kerr guidò la Lega nel tiro da tre punti. Jordan ottenne la cosiddetta Triple Crown, la prestigiosa e quasi impossibile impresa dei tre premi come MVP: infatti in questa stessa stagione Michael è MVP dell’All Star Game, MVP della stagione regolare e MVP delle finali, vinte contro i Seattle SuperSonics.

Le cosiddette “Jordan Rules” create dai Pistons degli anni ’80, ossia marcare duramente Jordan e raddoppiarlo continuamente, applicate in finale da coach Karl si infrangono nella straordinaria capacità del giocatore di adattarsi a ciò che la partita gli offre.

L’ultima esaltante gara, non eccezionale al tiro come prestazione, vede comunque Jordan segnare 22 punti, tra cui alcuni canestri decisivi nell’ultimo periodo, 9 rimbalzi e 7 assist.

Il manager Jerry Krause fu eletto “dirigente dell’anno”, Jackson vinse il suo primo premio come allenatore dell’anno e Kukoč fu il sesto uomo dell’anno. Sia Scottie Pippen che Michael Jordan furono parte dell’All-NBA First Team e gli stessi due insieme a Dennis Rodman fecero parte anche dell’All-Defensive First Team.

Per molti addetti ai lavori si tratta della più forte squadra nella storia NBA; nasce l’idea di un campione e di una squadra invincibili che scatena un fenomeno mediatico senza precedenti. La pressione è tale che i Bulls nelle loro trasferte devono viaggiare scortati e, nella prenotazione degli alberghi, sono costretti a riservarsi l’intero edificio per sfuggire all’assedio dei fans.

Continua…

[Fonti utilizzate: Wikipedia - joeiverson.com ]

Post By Fabio Maugeri (9 Posts)

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4 thoughts on “Michael Jordan story: ‘Il ritorno e il quarto titolo’”

  1. In realtà Krause non voleva affatto Rodman. Il futuro numero 91 dei bulls era infatti l’ultimo di 7 nomi nel ruolo di ala forte, acccanto al quale c’era la nota: “ultima spiaggia”. Che ironia pensare che magari non sarebbe stato lo stesso con un qualunque altro giocatore…

  2. Quando rivedo certe azioni e rileggo certe cifre mi ricordo che MJ è ancora il + forte giocatore di Basket mai visto , con il tempo che passa e i vari giocatori che vedi tutti i giorni come Kobe o Lebron ti autoconvinci sempre di + che sono loro i nuovi fenomeni e invece il 23 bulls è stato un altro pianeta !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  3. Ottimo articolo (come i precedenti).
    Pero’ potevi dare piu’ risalto anche alle sconfitte di Jordan, e non solo alle vittorie.

    Per esempio avrei parlato di piu’ della sconfitta contro i giovanissimi Magic.

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