Indiana e Memphis sono due squadre che giocano in due conference diverse, hanno ritmi e sistemi di attacco diversi, giocatori di riferimento diversi e strutture salariali diverse. Eppure sono molto più simili di quello che a prima vista si potrebbe pensare.

Intanto la posizione di classifica, visto che entrambe occupano attualmente il sesto posto delle rispettive conference, anche se con record differenti (34-25 i Grizzlies e 30-28 i Pacers al momento in cui scrivo), e sono guidate da allenatori che hanno preso il posto sul pino solo da quest’estate.

Poi sono espressioni di mercati abbastanza simili dal punto dell’appeal NBA: nessuna delle due città può vantare infatti il seguito di tifosi che possono offrire Boston, New York, Miami o Los Angeles, il che rende molto difficile attirare free agent di rilievo.

Inoltre nessuna delle due franchigie ha mai vinto un titolo NBA, per quanto i Pacers possano vantare una storia sicuramente più gloriosa rispetto a quella (a onor del vero anche molto più “corta”) degli orsetti del Tennessee, che però possono replicare con sei partecipazioni consecutive nelle ultime stagioni NBA.

Infine, il roster di entrambe le formazioni è guidato da due point guard (Teague e Conley) e da due All Star (George e Gasol) a volte un po’ sottovalutate dal grande pubblico.

Ma a mio modo di vedere quello che le rende così simili è il fatto di essere due franchigie rinchiuse in una sorta di limbo tra la mediocrità e la grandezza, dal quale non vedo sinceramente una via di uscita in tempi brevi per nessuna delle due.

AVVISO AI LETTORI: Questo pezzo è un po’ diverso dal solito. Infatti, assieme alla consueta analisi tecnica, troverete inseriti dei pezzi in corsivo (come questo) in cui vi racconterò la mia esperienza sul campo come giornalista accreditato dalla NBA alla gara disputata il 24 Febbraio a Indianapolis tra Pacers e Grizzlies. In sostanza, metà articolo e metà diario di viaggio. Enjoy…


So che questa affermazione mi renderà subito bersaglio di amichevoli (spero) insulti dalla maggior parte di voi lettori, ma quella di venerdì non era la prima volta che assistevo dal vivo ad una partita NBA (in realtà era la settima, compresa una incredibile esperienza alle Finals del 2010).

Questo non toglie il fatto che l’adrenalina fosse già in circolo a partire dalla mattina, perché la mia esperienza è ancora troppo limitata per togliermi quel brivido che qualunque appassionato di basket Usa proverebbe al pensiero di avvicinarsi a quegli straordinari atleti che normalmente possiamo solo seguire in televisione, a millemila miglia di distanza dai parquet della Lega più famosa del mondo.

È stato quindi con quella piacevole adrenalina in corpo che sono arrivato all’ingresso della Bankers Life Fieldhouse di Indianapolis. Anzi, per essere precisi all’ingresso riservato alla stampa, visto che non so per quale motivo ad inizio stagione sono riuscito a farmi accettare dall’NBA come giornalista ufficiale.

La mia “prima volta” in quel di Chicago (se vi interessa potete leggere il resoconto qui) mi aveva un po’ preparato ed ero determinato a vivere questa nuova esperienza con maggiore di lucidità rispetto a quella precedente. Allo United Center infatti ero stato per la maggior parte in una sorta di stato estatico-allucinato che mi ha fatto percepire tutta la serata un po’ come un sogno ad occhi aperti, di cui ancora oggi faccio fatica a razionalizzare i vari momenti.

È quindi con questa razionalità auto-indotta che posso dirvi come la casa dei Pacers non sia una struttura particolarmente scintillante.

L’ingresso è fino un po’ triste, quasi non si percepisce che al di là di questi portoni possa nascondersi un palazzetto da quasi 18.000 posti, ma anche l’interno non è proprio scintillante. In realtà non è un’arena particolarmente vecchia (è stata costruita nel 1999) ma dà quasi l’idea che sia un po’ “trascurata”, per lo meno rispetto alle altre che ho visto io.

Non mi sembra però il caso di fare particolarmente lo schizzinoso, soprattutto dopo che una gentile addetta mi consegna il mio preziosissimo pass stampa grazie al quale potrò avere libero accesso al campo di gara fino alla palla a due e la possibilità di entrare negli spogliatoi per le interviste post-partita.


Partiamo ad analizzare i Pacers.

Nonostante prima dell’All Star Game sia arrivata una striscia di sei sconfitte consecutive, i gialloblu dell’Indiana stanno disputando una discreta stagione. Il posto ai playoff sembra abbastanza probabile (soprattutto perché le squadre dietro di loro sembrano avere una più problemi dell’altra) e in sostanza la stagione non si può fino ad ora definire come negativa.

Il grande acquisto del mercato estivo è stato l’ex Hawk Jeff Teague, arrivato tramite una trade che ha spedito nello Utah il buon George Hill. Il prodotto di Wake Forest si è inserito molto velocemente nei meccanismi offensivi della sua nuova squadra: realizza oltre 15 punti a gara, in linea con le sue ultime stagioni, ed è al massimo in carriera alla voce assist con oltre 8 ad allacciata di scarpe.

Anche Thaddeus Young, arrivato da Brooklin in cambio di un paio di scelte al draft, non sta facendo male. Nonostante le sue cifre siano un po’ in calo, Coach McMillan lo ha definito più volte il collante della squadra, e non la caso la striscia di sei sconfitte con cui i Pacers sono arrivati alla pausa dell’All Star Game è coincisa proprio con l’assenza per infortunio al polso dell’ala mancina da Georgia Tech.

Dal mercato dei free agent sono arrivati Brooks, Seraphin, Zeisloft e Jefferson, nessuno di loro in grado di svoltare da solo delle partite ma tutti più o meno in grado di dare il loro contributo quando chiamati in causa.

La superstar a roster c’è e si chiama Paul George, ormai completamente ristabilito da quel terribile infortunio alla gamba dell’estate del 2014. Stiamo parlando di un quattro volte All Star (autore di addirittura 41 punti nell’edizione del 2016) di soli 26 anni con ancora davanti la parte più importante della carriera.

C’è anche il giovane di talento e risponde al nome di Miles Turner. L’undicesima chiamata del draft di due anni fa è letteralmente esploso nella seconda parte della passata stagione e quest’anno sta dimostrando di avere un potenziale incredibile, interpretando alla perfezione il ruolo moderno di centro atletico e con raggio di tiro fino oltre la linea del tiro da tre (da cui tira con un ottimo 36,2%).


Di George parleremo più avanti, ma intanto vi racconto qualcosa sugli altri. Arrivando al palazzetto con fantozziano anticipo, ho potuto guardare tutto il riscaldamento di entrambe le formazioni. A turno quasi tutti i giocatori si sono fatti vedere sul parquet per le sessioni individuali di riscaldamento.

Praticamente per tutti si tratta di un po’ di stretching e di una serie di tiri da varie posizioni, al massimo condite da alcuni movimenti di uscita dai blocchi. Gli unici che ho visto lavorare un po’ più intensamente sono stati Miles Turner e JaMychal Green, che hanno svolto alcuni esercizi vicino a canestro con i loro assistenti allenatori.

Per il resto, grossi cuffioni sulla testa e qualche scambio di battute con il pubblico presente a bordo campo, soprattutto per gli ospiti Randolph e Conley che sono entrambi originari di queste parti. Grazie a quella sopracitata concentrazione zen di cui vi parlavo prima, stavolta sono riuscito a controllare la mia frenesia estatica e a scattare le mie foto con maggiore calma. 

Il servizio d’ordine è molto presente (saranno centinaia le persone che a vario titolo controllano che tutto si svolga con estrema regolarità) ma ho avuto tutta la libertà del mondo di spostarmi in tutte le zone del campo per cercare l’angolazione migliore per scattare, cercando però sempre con grande attenzione di non farmi urtare dai giocatori.

Primo perché se disgraziatamente dovessi infortunare qualcuno (la memoria va allo sciagurato addetto delle olimpiadi di Pechino che per poco non ha gambizzato Usain Bolt) i danni da pagare assorbirebbero completamente il mio stipendio per le prossime tre ere geologiche, secondo perché in un eventuale scontro avrei quasi certamente la peggio, visto che i giocatori sono in media degli armadi a due ante (quattro nel caso di Marc Gasol e Zach Randolph).

Il tempo comunque vola in fretta, dopo l’inno nazionale e la presentazione delle squadre è arrivato puntuale come un orologio svizzero il richiamo all’ordine da parte di uno degli addetti alla sicurezza, che mi ha invitato a lasciare il parquet per accomodarmi nella sezione del palazzetto riservata alla stampa per seguire la partita.


Il problema dove sta allora? Sta nel fatto che la squadra è sì buona ma non eccezionale, e con la struttura attuale non ha alcuna possibilità di competere con Cavaliers, Raptors e Celtics per la vetta della Western Conference.

Inoltre si fa fatica a capire come si potrebbe migliorare la situazione nel prossimo futuro: anche se il salary cap dei Pacers è uno dei più bassi della Lega, ad oggi riesce difficile pensare che uno dei top free agent della prossima stagione (Paul, Griffin, Curry, Durant, Hayward e Lowry) possa pensare lontanamente ad un possibile trasferimento nell’Indiana. Un’eventuale arrivo di uno tra Millsap, Gallinari o Ibaka non cambierebbe poi molto la situazione, anzi c’è da pensare che Teague sarà anch’egli free agent a luglio e bisognerà allungargli un contratto importante per convincerlo a rimanere.

Se quest’analisi riesco a farla io, ovvio pensare che anche Bird abbia chiara la situazione e infatti proprio negli ultimi giorni la grande notizia da queste parti sono state le insistenti voci di una trattativa per Paul George. La sua cessione porterebbe di colpo ad un crollo del valore tecnico della squadra ma potrebbe essere il punto di partenza di un’eventuale ricostruzione.

Alla fine non se n’è fatto niente, perché i Celtics a quanto pare non hanno voluto inserire nella trattativa la preziosissima scelta 2017 dei Nets e perché la presunta Godfather Offer” dei Nuggets evidentemente non era poi così tanto irrifiutabile, ma il discorso è stato messo in pausa solo per qualche mese e quest’estate se ne riparlerà nuovamente.

A quanto pare in caso di spostamento George gradirebbe andare ai Lakers, bisognerà vedere se e cosa Magic Johnson deciderà di mettere sul piatto oppure valutare le altre offerte che, visto il valore del giocatore, presumibilmente arriveranno. In ogni caso se PG13 dovesse partire, i playoff da queste parti si vedrebbero con il binocolo per almeno un paio di stagioni.


Ecco, Paul George. Sicuramente era il giocatore più atteso della serata, non soltanto da me ma anche da tutto il pubblico presente al palazzetto. Lui stesso nell’intervista post-partita negli spogliatoi ha poi ammesso di essere stato molto colpito dall’accoglienza del pubblico al suo ingresso in campo.

La standing ovation che gli hanno tributato i fan dei Pacers ha sicuramente gettato un colpo di spugna, per lo meno per adesso, alle polemiche relative alle voci sulla sua trade. Paul qui è amatissimo e in realtà nelle dichiarazioni degli ultimi giorni sui giornali lui ha sempre dedicato parole al miele per la città e i suoi tifosi. La stessa cosa invece non sembra possa dirsi del suo rapporto con Larry Bird.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, quello che si può leggere tra le righe delle sue parole è che George si aspettasse qualche movimento di mercato per aumentare la competitività del roster e che quindi possa essersi sentito “tradito” quando il nome accostato alle trattative di mercato è stato proprio il suo.

Gli stessi media di Indianapolis puntano il dito sull’immobilismo di Larry Legend, temendo che Paul possa essersi stancato di giocare in una franchigia che non ha reali possibilità in tempi brevi di lottare per il titolo.

Al di là di quelle che sono le scelte strategiche che le società devono compiere, bisogna sempre ricordarsi che quando parliamo di rebuilding o di tanking lo spettatore medio non è particolarmente interessato ai piani a lungo termine e desidera vedere la sua squadra vincere più partite possibili. È quindi comprensibile che la possibilità di perdere l’unico All Star della franchigia possa gettare i fan e gli addetti ai lavori locali nello sconforto.


Ma se Atene piange, certo Sparta non ride. Se infatti andiamo ad analizzare la situazione dei Grizzlies, le tessere del puzzle sono molto diverse ma il risultato finale è sinistramente molto simile. Di diverso c’è che il salary cap qui è decisamente più “ingolfato”.

I soli tre contratti di Gasol, Parsons e Conley impegneranno il cap per oltre 80 milioni di dollari fino al 2020, rendendo operazioni di miglioramento tramite la free agency decisamente complicate per parecchi anni, anche con un cap in aumento come quello previsto dal nuovo CBA.

L’idea di assemblare un “core” di giocatori su cui costruire la scalata ai vertici della Western Conference è stata ciò che ha spinto la dirigenza dei Grizzlies ad offrire 153 milioni in 5 anni a Mike Conley (che sarà anche come detto sottovalutato dal grande pubblico, ma ha inchiostrato il più ricco contratto della storia NBA) e 94 in quattro anni a Parsons, oltre ai 110 in 5 anni fatti firmare a Gasol due estati fa.

Il problema è che se i soldi dati al play da Ohio State e al centro della nazionale spagnola sembrano essere perlomeno giustificati dal loro buon rendimento, il contratto di Parsons dopo pochi mesi è già diventato un albatross di discrete proporzioni.

Già, perché quello che sembrava un giocatore in rampa di lancio, dotato di atletismo, visione di gioco e tiro da fuori si è letteralmente trasformato in una sorta di ectoplasma cestistico. Già a Dallas si erano palesati dei cronici problemi alle ginocchia che hanno già condotto Parsons a ben due interventi chirurgici, ma perlomeno i lampi di talento che si erano visti lì e a Houston avevano continuato a far ben sperare per il suo futuro, convincendo appunto i Grizzlies a firmarlo a cifre così alte.

Solo che i problemi alle ginocchia non sono diminuiti, causando già una ventina di partite in injury list anche in questa stagione, ed è pure sparito tutto il resto.

Al momento i numeri sono questi: nelle 28 partite giocate con Memphis in questa stagione, Parsons è stato in campo una media di 19.4 minuti a sera, totalizzando 6.4 punti, 2.4 rimbalzi e 1.6 assist, tirando con il 34% dal campo e il 26% da tre punti. Cifre da rincalzo di bassa categoria, non certo da pietra angolare del quintetto come ci si aspettava da lui.

Il problema dei Grizzlies è che il suo apporto in termini di attacco non è sostituibile con nessun altro giocatore del roster. Il buon Vince Carter sta facendo gli straordinari, ma è alla sua diciottesima stagione NBA e a gennaio ha spento ben 40 candeline sulla sua torta di compleanno. Le altre ali piccole presenti a roster o non hanno le caratteristiche adatte per sostituire Parsons (Green e Allen) o sono troppo acerbe (Ennis, Martin e Davis), quindi il problema rimane e non è facilmente risolvibile.

 

Di tutti i giocatori dei Grizzlies, quello che avevo più interesse a vedere era proprio Parsons. Sarà che era stato uno dei miei pupilli nel fantabasket di qualche anno fa, sarà che da tifoso dei Mavericks mi ero un po’ affezionato, fatto sta che ho sempre seguito la sua carriera molto attentamente e volevo vederlo un po’ più da vicino.

Il ragazzo sembra veramente un giocatore modello e non solo per l’aspetto fisico, che peraltro gli ha garantito eccellenti risultati fuori dal campo (Kendall Jenner, Savannah Chrisley, Hailey Baldwin, Tony Garrn, Kate Beckinsale… se volete continuo ancora per un quarto d’ora). 

In ogni momento con lo staff, i tifosi e gli avversari, Parsons ha sempre un atteggiamento molto cordiale e pacato, un sorriso disarmante e gli occhi sinceri di chi sembra davvero contento di essere al mondo (e ci credo…). Visto nel warm up, il biondo ha un tiro celestiale per pulizia tecnica.

Inoltre, sia a Dallas che a Houston lo avevo apprezzato per essere un giocatore completo sui due lati del campo, in grado di andare al ferro e punire da fuori, con un’ottima velocità di piedi per difendere anche sulle guardie e sottovalutate doti da passatore. Non appena cominciata la partita però, tutte queste cose sembrano essere sparite, tiro compreso.

Parsons sembra sempre esitante, lento e sfiduciato. Il suo tabellino a fine serata segnerà 4 punti, un rimbalzo e un assist, un fatturato da mediocre riserva e non da potenziale All Star come sembrava poter diventare. Se si possa riprendere non lo so, di certo me lo auguro per lui ma al momento sembra davvero un giocatore che smarrito la sua strada.


Con questo non è che si voglia gettare la croce addosso a un solo giocatore per i problemi di un’intera squadra. Inoltre, come detto Memphis non è certo una squadra da lottery, ma una stabile squadra da playoff con qualche ambizione di poter anche passare il primo turno.

Ma alla fine dei conti i Grizzlies restano sempre una franchigia molto poco credibile come vincitrice ad Ovest (tanto quanto Indiana lo è ad Est) e purtroppo questo è l’unico obiettivo che conti davvero qualcosa, soprattutto quando il tuo monte ingaggi è destinato a sfondare stabilmente la quota dei 100 milioni a stagione.

Tornando ai Pacers, la squadra del Midwest come detto non ha la stessa situazione salariale rispetto ai “cugini” del Tennessee, ma potrebbe averla se Bird riuscisse nella prossima offseason di confermare Teague e a portare ad Indianapolis un buon free agent (che chiunque sia dovrà strapagare) nel tentativo di convincere George a rifirmare al massimo salariale.

A tal proposito c’è da tenere conto che la permanenza dell’ala da Fresno State resta comunque ancora una possibilità concreta, non foss’anche solo per il fatto che i Pacers potrebbero offrirgli (in caso PG fosse designato in uno dei primi tre All NBA Team alla fine della stagione, regola introdotta dal nuovo CBA) un’estensione salariale da 6 anni per circa 212 milioni, mentre qualunque altra squadra potrebbe arrivare al massimo a 123 milioni in 4 anni. Non proprio bruscolini…


Cavolo, scusate ma con tutti questi discorsi mi stavo quasi dimenticando della partita… Una volta cacciato dal parquet mi sono diretto in sala stampa per controllare velocemente quale fosse la posizione assegnatami dall’organizzazione.

Di solito ogni arena NBA ha diverse postazioni per la stampa, da quelle a bordocampo riservate ai commentatori delle televisioni a varie zone per i giornalisti assegnate in base alla rilevanza del personaggio in questione. Ovviamente, essendo io importante quanto il due di picche quando si gioca a scacchi, il mio posto era il più sfigato di tutti, ossia nella piccionaia della Bankers Life Fieldhouse, assieme ad un paio di inviati filippini e qualche probabile imbucato dell’ultima ora.

Ma altrettanto ovviamente, mi sono presentato alla zona riservata alla stampa “seria” situata nei livelli centrali dell’arena (cercare di sedermi al tavolo dei segnapunti di fianco a quelli della FSI mi sembrava sinceramente troppo), nel tentativo di imbucarmi, come farebbe ogni buon italiano dotato di una discreta faccia di bronzo. 

Sorprendentemente mi hanno fatto passare senza farmi particolari domande e con grande nonchalance mi sono accomodato sul primo seggiolino libero, in origine destinato ad un giornalista dell’Indianapolis Star che però evidentemente (bontà sua) aveva di meglio da fare. La visuale era perfetta e non avevo alcun bisogno di seguire la partita sul giga-schermo (peraltro bellissimo) che sovrasta l’area di gioco.  

Si trattava tra l’altro di una Hickory Night, in cui la formazione di casa vestiva la maglia celebrativa della Milan High School (o perlomeno della sua versione cinematografica), che vinse il campionato dello Stato dell’Indiana nel 1954.

Solo il fatto che il negozio del merchandising fosse già chiuso al momento della mia uscita dal palazzo mi ha impedito di acquistare la bellissima jersey rosso-oro, ma rimedierò presto…  

Non vi sto a raccontare più di tanto la gara, anche perché non è che sia poi stata una gran partita. I Grizzlies sono partiti bene, ma poi nel secondo quarto hanno praticamente smesso di segnare e i Pacers hanno preso un comodo vantaggio anche superiore ai 20 punti, per poi controllare senza particolari problemi il timido tentativo di rientro degli ospiti nell’ultimo quarto e interrompere finalmente la striscia da sei sconfitte consecutive con cui arrivavano a questa partita. 

Nessuna delle due squadre ha giocato particolarmente bene e le superstar hanno latitato da entrambe le parti. La differenza per Indiana l’ha fatta la second unit, soprattutto con Lavoy Allen e Monta Ellis, che ha generato entrambi i parziali che hanno sostanzialmente definito la gara.

George ha giocato visibilmente contratto, forse ancora disturbato dalle voci di mercato degli ultimi giorni, Conley e Teague si sono sostanzialmente annullati a vicenda, mentre Gasol e Randolph hanno cercato di far valere la loro stazza sotto canestro contro il povero Myles Turner (che negli spogliatoi si lamentava proprio dell’eccessiva rudezza delle twin towers di Memphis), senza però trarne un particolare vantaggio tecnico.

Il catalano però resta un principe da far brillare gli occhi, eccezionale per come abbina un fisico da boscaiolo ad un’eleganza da ballerino classico, mentre la verticalità e la velocità del giovane centro dei Pacers fanno ben sperare per un futuro di altissimo livello, anche se per giocare in quella posizione avrebbe bisogno di mettere su qualche chilo in più. 


Indiana e Memphis come gemelle diverse, divise da un roster e una situazione salariale differente ma accomunate da destino incerto.

I Pacers, playoff o meno, tra qualche mese saranno ancora di fronte alla questione George. Se riusciranno a rifirmarlo dovranno cercare di fare qualche magia per affiancargli un contesto tecnico in grado di portarli a competere per i vertici della Eastern  Conference, anche se l’impresa appare quantomai problematica.

Se invece decideranno per una trade estiva, con ogni probabilità nanche Jeff Teague verrà rifirmato e si ripartirà dai giovani con un deciso rebuilding, cercando di sopportare pazientemente diversi anni di bassifondi NBA nella speranza di trovare un nuovo core di giocatori su cui investire nel medio-lungo periodo.

Sul fronte Memphis invece la strada percorribile è in sostanza solo una, visto che i contratti a lungo termine firmati con i tre key player non consentono variazioni di rotta nel breve periodo.

Si cercherà di recuperare tecnicamente Parsons e di mantenere integri fisicamente Conley e Gasol (impresa non così scontata), sperando che un improbabile declino di qualche formazione dell’Ovest possa aprire qualche spazio in più per provare a lottare per un posto al sole. Ad entrambe va il mio personalissimo “Buona Fortuna” e l’augurio di vedermi presto smentito e magari testimone di una finale Grizzlies – Pacers nel prossimo futuro.


Siamo alla fine dell’analisi tecnica (o supposta tale) e anche alla fine del mio racconto.

Resta solo da raccontarvi della conferenza stampa di Coach McMillan, in realtà piuttosto dimessa visto che in sala eravamo meno di una decina di persone e lui stesso si è trattenuto solo il tempo di rispondere ad un paio di domande, e dell’ingresso negli spogliatoi per le interviste agli atleti.

Qui il momento è decisamente più interessante, visto che il fascino di poter avvicinare così tanto i giocatori mi aveva già colpito a Chicago e lo ha fatto anche qui.

Come la volta scorsa sono salito sul carro dei vincitori e ho battezzato lo spogliatoio di Indiana come “The Place to Be”, ma lo stesso hanno fatto il 90% dei giornalisti presenti al palazzetto.

Oggetto delle attenzioni di tutti era ovviamente Paul George e quindi la ressa attorno a lui era parecchia, con l’addetto stampa dei Pacers che impietosamente ha detto “One more question” prima ancora che potessi pensare ad una domanda da fargli.

Comunque è sempre impressionante quanto sia perfettamente organizzata la macchina dell’NBA, con limiti assoluti all’iniziativa privata (la frase NO AUTOGRAPHS è vergata a caratteri cubitali su ogni documento consegnato alla stampa) ma anche con la disponibilità a condividere ogni aspetto del “prodotto” con il mondo dei media e con i tifosi. 

La mia giornata da Insider NBA e con essa il suo racconto terminano qui, spero di avervi fatto sentire almeno un po’ partecipi di quanto accade dietro le quinte della NBA, con l’augurio di poter avere anche voi un giorno l’occasione di dare un “cinque” dal vivo ad uno di questi straordinari atleti, come ho fatto io mentre stavo uscendo dal palazzo e ho incrociato Marc Gasol.

Tecnicamente anche quello non sarebbe professionalmente accettabile, ma sinceramente… #chissenefrega :-)

Post By Giorgio Barbareschi (49 Posts)

Ex pallavolista ma con una passione ventennale per il basket NBA e gli sport americani in generale. Tifoso dei Mavericks, di Duke e dei ’49ers, si ispira a Tranquillo e Buffa ma spera vivamente che loro non lo scoprano mai.

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