In questo inizio di stagione NBA pieno di sorprese, con Toronto e Washington in vetta all’Est, Memphis e Houston in vetta all’Ovest, gli Spurs ultimi nella Southwest e i Lakers ultimi nella Pacific (ma questa non è una sorpresa…), ci rimane una sola incrollabile certezza: la casella delle W ancora a zero per i Philadelphia 76ers.

Se credevate che la scorsa stagione, quella delle 26 sconfitte consecutive fra il 31 gennaio e il 27 marzo (!?), fosse già stata sufficientemente umiliante ed avvilente, beh probabilmente dovrete ricredervi.

Ma come sia arrivati a questi punti?
Nel 2012, l’anno dell’ultimo lockout, i Sixers erano una squadra con non tanto talento (Holiday, Iguodala, Young) ma ben allenata (da coach Doug Collins) che riuscì ad arrivare addirittura alle semifinali di conference sfruttando una serie di circostanze favorevoli, fra cui il giocare ad Est e il terribile infortunio patito da Derrick Rose nella Gara1 del primo turno di playoffs.

L’anno successivo parte Iguodala, si dà maggiore spazio ad Evan Turner ed ovviamente la stagione va a sud, ma si vincono comunque 34 partite, una assolutamente dignitosa stagione da lottery ad Est.

A fine stagione, si decide di ricostruire: via Holiday, rimane il solo Young con un manipolo di giovani guidati dal rookie-sensazione Michael Carter-Williams ed allenati dal nuovo coach Brett Brown, ex Spurs, ovvero un allenatore con un pedigree rispettabile.

La stagione si apre addirittura con un 3-0, con vittorie contro Miami, Washington e Chicago ed un MCW indemoniato. Poi, piano piano l’entusiasmo si spegne, fra infortuni più o meno gravi e quintetti con dosi massicce di James Anderson, Hollis Thompson e Tony Wroten…

Finiranno con un record di 19-63, secondo peggiore dopo quello di Milwaukee, che frutterà loro una terza assoluta che si trasformerà in… Joel Embid, cioè in un giocatore che nella migliore delle ipotesi sarà pronto fra 1 anno ma che in compenso su twitter rivaleggia con Javale McGee e Swaggy-Pee per l’ambito premio di account più idiota delle nazione fra i giocatori pro…

Per fortuna avevano anche un’altra scelta in lotteria, la 10, che dopo una trade con Orlando si è trasformata in… Dario Saric, lungo croato con un triennale in Europa, che non si vedrà in NBA prima di 2 stagioni come minimo.

Insomma, la dirigenza ha deciso: si “costruisce per il futuro” e anche in questa stagione si deve perdere, spesso e volentieri, e senza rinforzi di nessun genere fatta eccezione per la prima scelta 2013, Nerlens Noel, anche lui scelto già spaccato ed apparso in queste prime gare in discreta forma, anche se al momento già scavigliato e tenuto “precauzionalmente” con minutaggio limitato.

Il problema è che va bene (?) tankare un anno, ma alla seconda stagione consecutiva, e con la dirigenza che apertamente si disinteressa della competitività della squadra oggi, il rischio che i giocatori si abituino alle sconfitte è altissimo.

Ed in effetti dopo alcune partite tirate, i Sixers ne hanno perse 2 di fila rispettivamente di 32 a Toronto e di 53 a Dallas, per poi riaversi con un sussulto di dignità nella trasferta a Houston, dove hanno perso di 1 ma rischiando di vincerla fino all’ultimo tiro di James Harden.

Ma i segnali di una drammatica involuzione, soprattutto dal punto di vista della mentalità, ci sono tutti: la franchigia della città dell’amore fraterno deve capire che un conto è ricostruire liberandosi di tutti i contratti più onerosi e ripartendo dai giovani, un contro è sbracare non fornendo a quegli stessi giovani i mezzi per crescere, anzi dando loro il peggior imprinting possibile nei primi anni da professionisti: l’imprinting del perdente, del giocatore che lasciato a se stesso senza una guida tecnica e senza un progetto si mette a fare l’unica cosa che gli rimane da fare, e cioè pensare a se stesso e alle proprie statistiche invece che alla squadra.

Un imprinting, un’abitudine che non svanirà di colpo neanche quando i Sixers avranno di nuovo un roster sulla carta competitivo, ma che rischia di minare alle fondamenta il tentativo di rifondazione di questa, una volta, gloriosa franchigia.

 

Post By Max Giordan (984 Posts)

Max Giordan
segue l’NBA dal 1989, naviga in Internet dal 1996.
Play.it USA nasce dalla voglia di unire le 2 passioni e riunire in un’unico luogo “virtuale” i tanti appassionati di Sport Americani in Italia.
Email: giordan@playitusa.com

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3 thoughts on “Philadelphia Tankers: non così però…

  1. Ipse dixit.
    …e che dalla stesura dell’articolo (17/11) ad oggi (26/11) si marchi ancora virgola alla casella W, conferma appieno la validità di quanto scritto…sottolineo questo ovviamente senza voler attribuire al buon Max Giordan la qualifica di gufo che tanto va di moda nell’ultimo periodo…
    Da amante di questo sport, ancor più che da sixeriano nelle vene, mi si consenta un “Cristo che depressione”…
    Comunque mi aspettavo qualcosina in più da Noel (sarà stata la capigliatura ’80…)…e ciò mi porta alla domanda, ringraziando anticipatamente se si avrà la cortesia di rispondere: avendo letto molti buoni prospetti riguardo il futuro di Embiid, ma avendolo visto in azione solo in alcuni clip celebrativi su youtube (che poco dimostrano delle reali capacità) voi che giudizio ne date? Sarà davvero il nuovo Olajuwon!?! (Giuro d’averlo letto da qualche parte ‘sto paragone…e comunque, data l’attuale situazione, almeno lasciatemi sognare x il futuro…)

    • Ciao Theo, permettimi di dubitare, senza gufare, sul paragone con Olajuwon. E’ un lungo molto grezzo, con solo 1 anno di esperienza ad alto livello al college, fra l’altro non un anno completo ma con molte partite saltate per problemi fisici vari (schiena in particolare). Dopodichè è arrivato l’infortunio, secondo me molto grave, al piede, dovuto al carico di peso e potenza che porta su quei piedi:
      http://probasketballtalk.nbcsports.com/2014/06/21/a-doctor-explains-joel-embiids-foot-injury/
      Altro che Olajuwon, qui rischiamo di avere davvero il nuovo Oden. Oltretutto, non so se lo segui su twitter, testa disabitata se ce n’è una.
      Lo vedo male.

  2. Grazie della risposta Max…ovviamente ero consapevole che il paragone col “the dream” fosse assai eccessivo (un sogno, appunto…e però quanto sarebbe bello avere quel tipo di giocatore nell’attuale NBA…a prescindere dalla squadra…)…e grazie anche x avermi riportato alla realtà (faticoso x chi ha atteso lo stesso Oden un paio di stagioni contro ogni logica)…tuttavia la speranza m’impone il ricordo di quando ad essere descritto come lungo grezzo e con poca esperienza era il giovane Tim Duncan (la cui integrità fisica non era però in dubbio…e neppure quella mentale…)…il fatto è che purtroppo anche x quest’anno l’unica soddisfazione possibile da tifoso dei sixers, oltre osservare la crescita di MCW, è sognare un futuro migliore…

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