Qui Santa Clara, California.
Passano i mesi ed è incredibile, dico sul serio, volano.

Tutti quelli che hanno provato a vivere in città “efficientate” (e la Silicon Valley in USA è una sorta di concetto limite) sanno di cosa parlo. Tutto è veloce, pieno, stressante, anche il tempo libero. Una sorta di percorso perfetto che dopo tante curve, giorno dopo giorno della settimana, manda sempre la biglia in buca, senza mai lasciarla libera un minuto o concederle una sbandatina.

Una dimensione in cui tutto ciò che non è business, o vendibile, o aggiungibile su un resume/linkedin è tempo sprecato: la noia va spiegata, il puro piacere di pensare, il “riflettere un attimo” non viene capito.
Una vita di corsa al servizio della tecnica, costruita proponendo corsi di organizzazione aziendale alle scuole medie (non so voi, io che cosa sia un CEO l’ho scoperto un paio di mesi fa) e licei, che possono arrivare a costare 45k (45 000, intesi come MILA DOLLARI l’anno. Rifletteteci)

La cosa che mi fa sempre strano non è tanto il fatto che loro possano vivere così, ma che proprio non abbiano idea dell’altro lato dell’esistenza, quello più lento legato ai pensieri, al pensarsi. Sembrano un po’ tutti attori di una parte non scritta per loro, o interpreti, un po’ arrabattati, della stessa parte che è stata scritta per tutti. Anche quelli molto talentuosi o intelligenti (e vi posso assicurare che qua è pieno) la domanda non se la pongono mai.
Vivono ogni giorno credendo che i 12 giorni di ferie l’anno, la settimana da 65 ore di lavoro, la spesa portata a casa da Amazon e la benzina a domicilio (esiste per davvero) siano il modo di vivere migliore possibile al mondo, li chiamano “gli agi/privilegi dell’essere qua” e continuano veloci, biglia in buca dopo biglia in buca, Lunedì, Martedì, Mercoledì, Ottobre, Novembre, Dicembre, 2017, 2018, 2019, pensione, morte.

 

IL BASKET

Torno oggi alla Oracle Arena dopo l’opening night contro Houston perché mi interessano i Sixers. Si, quelli del Trust the process che tanto hanno generato meme, battute, derisione e disperazione diffusa nella gente di Philadelphia che ‘sto process l’ha trustato per davvero, consumandosi negli anni.

Nelle prossime righe provo a fare il punto della situazione, ma a guardarla ora, da vicinissimo, la squadra è buona e poi c’è quella cosa lì, all’anagrafe Ben Simmons, che dalla prima giornata ha fatto capire che il progetto “Lonzo-rookie-of-the-year” non era poi una grande idea. Simmons, il Lebron australiano (più o meno), è l’ultimo pezzo di quel lento e doloroso process a cui i Philadelphia Sixers hanno affidato il loro destino.

Per chi non fosse dentro la questione e si sente perso, proverò adesso a ricapitolare velocemente un paio di punti usando come musa la figura oramai mitologica di Sam Hinkie, l’ex GM della franchigia.
Tanto gli altri sono gli Warriors e io ho consumato tutte le mie capacità espressive per provare a esprimere cosa significhi vedere Durant dal vivo e l’atmosfera pazzesca della Oracle Arena.

L’unico che ha davvero le chiavi del campo.

L’idea del process nasce nel 2012/13 figlia di Hinkie che convince la franchigia di Philadelphia che sacrificare qualche vittoria nel breve termine per dei promessi successi prodigiosi in futuro (famosa la frase “we are a long way away from winning big” usata nella sua primissima intervista come GM a Philadelphia) era la scelta più giusta in quel momento. L’approccio di Hinkie non era così semplice; la base era uno studio probabilistico basato su advanced-basketaball-statistics campo in cui il buon Sam ha pochi rivali su scala mondiale.
Se volete però una sintesi estrema è questa: Lose now so we can win later.

Non che il tanking (ovvero, il processo attraverso cui le squadre con sconfitte più o meno pianificate si aggiudicano buone scelte nel draft dell’anno successivo per ricostruire dopo la chiusura di un ciclo) sia una cosa nuova, ma mai prima d’ora è stato proposto in modo così metodico e scientifico, violando ogni buon senso, buon gusto e sbrandellando la morale sportiva perbenista (falsa) americana.

Nelle quattro stagioni in cui il “process” è stato applicato i risultati dei 76ers sono stati: 19-63, 18-64, 10-72 and 28-54. Imbarazzante.
In queste 4 stagioni hanno infatti stracciato ogni record negativo dello sport professionistico americano superando il record per gare perse di fila e con quel 10-82 il secondo peggior record di sempre, meritandosi gli appellativi della stampa locale di “abomination” e quello -che a me piace particolarmente- di “atrocity“.

Male, forse malissimo, e quindi benissimo, direbbe Hinkie.
Perché meno imbarazzanti, molto meno imbarazzanti e atroci, sono infatti i nomi degli atleti che sono riusciti a portare nella città di Rocky:

Draft 2014: Joel Embiid (con la numero 3)
Draft 2015: Jahlil Okafor (con la numero 3)
Draft 2016: Ben Simmons (con la prima scelta assoluta)
Draft 2017: Markelle Fultz (con la prima scelta assoluta)

Dopo il recente arrivo di Fultz sembrava davvero che l’alba dei super76ers fosse alle porte, il processo finito e che definitivamente le tenebre fossero spazzate via insieme a tutti quei jokes e tutte quelle meme virali (e qua sotto vi allego qualche prova), diventati negli anni un vero e proprio modo di stare al mondo nella NBA per i supporter dei Sixers.

Ad aiutare questa iconizzazione di Hinkie e del suo approccio c’è stata anche una sequenza di infortuni spaventosa che ha ulteriormente allungato l’agonia, attirando ogni categoria di humor possibile.

Gli infortuni sono stati una componente costante delle quattro stagioni del process e l’hanno pure aiutato perché il totale disinteresse ai risultati ha concesso ai 76ers -come nel caso di Embiid che, infortunato seriamente al tempo del draft, non sarebbe stato possibile prendere in una franchigia che cercasse risultati nel breve periodo- una gestione naif del suo roster e della sua injury list.

Proprio Embiid, colui che si è proprio ribattezzato come the process è arrivato all’apertura della stagione 2016/2017 con un totale di 3 giocate in 4 stagioni NBA: imbarazzante.
Da non meno anche Ben Simmons che ai nastri di partenza di questa stagione NBA (la sua seconda) non aveva ancora esordito e, più di recente, anche Fultz, è stato messo in injury list a tempo indeterminato per uno “sbilanciamento muscolare della spalla”. Mah.

Okafor a parte- unico neo dei 4 draft analizzati- sono stati anche parecchio abili a muovere le pedine e “culoni” nel draft. Dico Okafor a parte perché al suo posto potevano prendere, tanto per dire, Kristaps Porziņģis. Uno così, a caso…
Mentre la squadra continuava ad inanellare insuccessi e infortuni e Hinkie -sempre e comunque nel bivio esistenziale di Oronzo Canà, fra l’essere preso per un coglione o considerato un eroe- vedeva la sua posizione complicarsi sempre di più fino a che gli altri GM, preoccupati dell’andamento della franchigia e delle possibili ripercussioni sulla lega, hanno fatto pressioni per allontanarlo dall’incarico.

Hinkie non è stato proprio licenziato, ma messo un po’ da parte prima (nominando come GM Bryan Colangelo) e lentamente costretto a rassegnare le dimissioni (siamo nell’Aprile 2016) con una lettera di 13 pagine in cui si rifà tanto per citarne 3, a Elon Musk, Maxwell, and Jeff Bezos.

Che personaggio, Sam Hinkie. Abbiamo parlato troppo della sua creazione ma poco del creatore, che io non riesco a liquidare così velocemente…

Samuel Blake Hinkie nasce in Olanda nel Dicembre ’77, si trasferice in America per gli studi e si laurea prima a University of Oklahoma (summa cum laude) e poi prende un MBA alla Stanford Graduate School of Business mentre già collaborava da qualche anno con gli Houston Rockets, San Francisco 49ers and Houston Texans come esperto di draft strategies and statistical analysis.

Folle? Forse.
Sprovveduto? No di sicuro.

Giusto per non farsi mancare nulla, nel corso dei suoi studi e del suo lavoro, presenta una serie di lezioni su “basketball statistics” ad Harvard, Stanford, e al MIT (Sloan Sports Analytics Conferences).

Insomma, per quella roba della dicotomia eroe/coglione direi che tutti gli indizi puntano in una direzione… e poi voglio dire, a guardarla bene questa lega come si fa a dare al nostro eroe del matto?
Come spiega nella sua lettera di dimissioni:

In una  NBA moderna dove i successi sono costruiti intorno alle superstar e dove la nuova tipologia di contratto favorisce enormemente pochi mercati/franchigie agevolando, come mai prima d’ora, gli agglomerati di super team, l’unica strategia sicura per accalappiarsi gli LBJ ed i KD del domani in città/mercati/squadre non super appetibili o un po’ depressi, è avere buone scelte al draft, che tradotto brutalmente significa: perdere selettivamente, magari più anni di fila.

A guardare il tutto adesso, a carte ferme, le sue teorie irriverenti, basate su un approccio cinico ma quantitativo e studiato con precisione a tavolino, ha messo in posizione una franchigia allo sbando  per avere adesso fra le mani una fra le più, se non la più promettente squadra di tutta la NBA anche se come chiosa nella lunga lettera:

“It’s clear now that I won’t see the harvest of the seeds we planted.”
“That’s OK. Life’s like that.”

Un eroe romantico.

Hinkie, che adesso vive qui dietro a Palo Alto, si prepara per un ritorno nella NBA ed io non vedo l’ora. Per quanto riguarda Philadelphia, mentre guardo loro ultimando il riscaldamento riesco solo a dire:

They should have trusted the process.

 

LA GARA

Durant è in forse da giorni ma alla fine c’è.
Simmons c’è, siamo qui per quello.
Kerr, in un prepartita un po’ sterile, ha detto che non sanno bene come marcarlo. È la prima volta che lo affrontano; partiranno con diversi uomini e rotazioni su di lui e suona come un attestato di stima per l’incredibile partenza che ha avuto il rookie da 18, 9+ 8, intesi come media punti, assist e rimbalzi.

Riscaldamento con pochi fronzoli, cazzeggio e sorrisi per Simmons, il Lebron australiano, che sembra concentrato, o magari è solo teso, per la sfida con i campioni in carica.

Ho perso un po’ di tempo a guardare lui ed Embiid, a cercare Fultz e girarmi da Okaford e a chiedermi se avessero preso Porziņģis al suo posto. E ancora quella domanda se sia giusto o meno fidarsi del process per me non ha risposta, però, però… se mai dovessi avere qualche mila euro extra in banca io a Hinkie glieli farei gestire senza battere ciglia.

Gli Warriors arrivano a questa gara bene (5 di fila in stagione e 8 di fila contro Philadelphia), ma sono gli Warriors, quindi non c’è nulla di nuovo.
Dopo una partenza un po’ lenta (e qualche sconfitta anomala) hanno preso comodamente il comando della Western Conference davanti ai Rockets che, probabilmente, dall’infortunio di Chris Paul al momento ci hanno guadagnato.

Il tutto è stato anche agevolato da un Leonard che non si capisce bene cos’abbia e quanto ancora ne abbia -sono gli Spurs, tutto normale- e OKC che ancora abbonda di tiri nei primi 12 secondi dell’azione; modo facile per dire che è ancora alla ricerca di una struttura di gioco solida -che in questa fase della stagione ci sta- .

Warrior in formazione tipo con Curry, Kd, Klay, Draymond Green ed uno a caso preso dal pubblico.

L’atletismo di Simmons, combinato alla sua versatilità in campo, è impressionante anche quando sbaglia qualche canestro di troppo: letteralmente fluttua.
Non è LBJ, è una roba diversa, ma può davvero ricoprire tanti ruoli all’interno dello stesso quintetto: giocatore interessantissimo.
L’altro, Embiid, is big time, period. Ed è partito male.

Ottime le solite chiusure su di lui della difesa di GS che, come al solito, quando si trova a fronteggiare big man sopperisce alla mancanza di cm con raddoppi e chiusure al limite del codice penale.
In questo caso per Embiid serve tirare fuori il servizio di porcellana della domenica: tre possessi con la palla dentro al camerunense e tre volte scarico sul raddoppio Green-Durant che, ve lo ripeto giusto per prendervi per noia, è infinito.

Fultz manco si muove; chi sa che ha quella spalla.
Chi sa se Danny Ainge a Boston sapesse già tutto e se la gode adesso in quel di Boston con un sorriso malvagio alla Kevin Spacey (non il molestatore recente, dico quello che smette di zoppicare nell’epico finale dei soliti sospetti).

Gli Warriors appaiono un po’ scazzati –lay down o chilled, direbbero da queste parti- ma sono gli Warriors e siamo alla Oracle; ogni tanto vanno sotto, ma poi la solita grandinata di triple risolve sempre tutto.

Phila c’è, e risponde colpo su colpo in avvio: l’aggiunta di JJ Reddick è un gran bel colpo (anche se, a differenza di Simmons, questo giocatore Steve Kerr l’ha visto più spesso, e si vede nella puntualità delle chiusure e nelle scelte difensive).

Lo sguardo mi ricade spesso su Simmons: palla in mano è uno spettacolo. Se vi fosse scappato, il ragazzo è legittimamente un 6 e 10 (convertitevelo) per 230 libbre e un passo felpato alla Raul Casadei.

Manca ancora un po’ la squadra intorno ma.. quanto talento.
Quanto talento hanno ammassato, cavolo; Saric, per esempio, sarebbe uno di contorno?
3-3 dal campo (mentre Simmons ed Embiid collezionano insieme 0-6), ed è probabilmente lui il motivo del fatto che, a 5 minuti dalla fine del quarto, siamo ancora 14-14.

Entra Javalone, e la Oracle e-s-p-l-o-d-e; è lui, ovviamente, l’idolo indiscusso di tutto il palazzo.
Dall’altra parte invece, Okafor niente, completamente fuori da qualsiasi rotazione. Ma perché?

Probabilmente lo daranno via a breve ma che senso ha?
Non è un fenomeno, ok, ma che il ragazzo possa giocare, specialmente sul lato offensivo, è chiaro al mondo.
Ma no. Non se ne parla nemmeno con Redick, Saric, Mcconnet, lLuwawu-Caarrott, Anderson o Richaun Holmes.

Si, RichAUn, con la “u”: davanti a certi uffici anagrafici dovrebbero mettere l’alcol test obbligatorio…

Riposo lungo per Simmons e gli Warriors con Durant e Javal (si, Javal) allungano.
Nel lato Phila, senza il futuro rookie dell’anno (mi sbilancio), la palla staziona molto nelle mani di Redick che sta giocando bene anche se la percentuale dal tiro è modesta (1-3).

Fine primo quarto 32-28 per i proprietari delle retine.


SECONDO QUARTO

Rientra Simmons, ma le mani sono sempre “freddine” (0-6 adesso, tutto suo senza Embiid di mezzo).
Compare addirittura Looney nelle rotazioni per marcare il camerunense, disegnate dai coach Kerr & Brown.

Nota a margine, a proposito di “disegni”: ma il designer delle nuove tute della nike è lo stesso che ha fatto la Fiat multipla? I pallini per capire come la penso sulle casacche (e sulla macchina) li lascio unire a voi..

Quello a destra è Durant, così per dirlo.

Simmons si deve essere sbloccato, siamo a 5.50 dal riposo lungo ed ha 7 punti 3-9 dal campo.
Non una roba eccezionale, ma a leggerlo non vengono più i conati come prima.

I giocatori forti li vedi anche nelle giornate “no”. Sono una sorta di centro gravitazionale per il resto della squadra, comunque vada.
Così è oggi per Simmons, ma si ha la netta sensazione che stia tirando dentro la cruna di un ago: non gli entra niente.

Altra nota a margine: non avevo realizzato che se prendi quello in trasferta con la maglia numero 17, al secolo JJ Redick, ho davanti a me i 4 migliori tiratori di tutta la lega -e quindi di tutto il pianeta- a meno che i vostri gusti vi portino a inserire Korver (io sto bene così).
Una sinfonia scandita a suoni di retine di cotone violate.

Redick poi difende pure: ogni tanto sembra anche dare un po’ di fastidio a KD, che per ora sta giocando una gara “silenziosa”.
Siamo a 1.56 da metà gara ed in tabellino dice: 6-10, 2-2 da tre, 3-3 liberi, 17 punti in 17 giocati. Questo è il concetto di sileziosità made in Durant.
Incredibile, la sua efficienza è i-n-c-r-e-d-i-b-i-l-e.

Sull’altro fronte, si accende Embiid.
È grosso, per davvero. È alto 7 piedi (secondo me misurato senza scarpe) e si muove in modo molto fluido: un 5 venuto dal futuro a cui sembra che la natura abbia davvero dato troppa roba. Speriamo che trovi più continuità e meno infortuni, e che i 76ers (con Boston e Milwaukee) -specialmente se quello che mette le meme con il pugnetto dovesse andare ad LA- prendano definitivamente il controllo e facciano rinascere una eastern conference che da troppo è senza battaglia.


TERZO QUARTO

Lo riassumo per punti:

  • Gli Warriors verranno ricordati per sempre per il gioco offensivo, le triple e l’incredibile talento balistico.
    Il lavoro che fanno in difesa, specilamente quando giocano con i quintetti piccoli è S-P-E-T-T-A-C-O-L-A-R-E. Poi mettono anche le triple e arriva il primo parziale “importante”.
  • La sig.ra Curry è di una bellezza clamorosa.
  • Lo dico, tutti pronti? Lo dico? Ok. Nick Young per gli Warriors è una grande acquisizione. Un giocatore di ritmo da catch and shoot così, in questa squadra è illegale.
  • GS a + 10 e oltre 78-94 con Durant e Nick young sugli scudi.


QUARTO QUARTO

Poco da dire: i 76ers si sciolgono e vanno di 20 e oltre. La Oracle è in visibilio e non capisco perché.

O meglio, una idea ce l’ho, penso che questo fatto sia in qualche modo connessa con alcuni tratti colonialistici della loro cultura che preferisce storicamente l’outpowering (la forza bruta) all’outsmarting (la scelta intelligente, con il minor sforzo possibile).

La giornata opaca di Simmons ed Embiid non aiuta ma, semplicemente, gli altri ne hanno troppo di più: nel momento in cui scrivo sono ancora due squadre di un livello totalmente diverso.
A Philadelphia, oltre l’ovvia esperienza, manca l’aggiunta di qualche stella (o almeno dei veterani) nei posti chiave, ma penso che questa franchigia potrà attrarre diverse persone nelle prossime estati grazie al talento cristallino che i suoi giovani giocatori stanno mostrando. Oggi però non c’è trippa per gatti.

Il palazzo si svuota circa 5 minuti prima della fine della gara.

Guardo due fra quelli che erano seduti a bordo campo che si avviano verso l’uscita.
Li guardo perché ieri ho guardato i prezzi della seating chart e ricordo che, più o meno, in quel settore andavano dai 2500 ai 4000 dollari.
Manco la finiscono di vedere e lasciano i “resti” per la cucina, una sorta di mancetta buttata li da 200-400 dollari. A loro va bene così.

Finisce 135-114 per i padroni di casa.

Vi saluto e vado a farmi un giro negli spogliatoi, dicendovi che al process, ora che l’ho visto dal vivo, è venuta anche a me un po’ di voglia di crederci.
Ciao:)

Post By lucaeffe (11 Posts)

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One thought on “Dub Tales – Chapter 3: Do you trust the process?

  1. be’, 2 bidoni su 4 (Okafor e Fultz) più 2 fenomeni che insieme per ora hanno accumulato 3 anni di infortunii per 4 di carriera non è male… di sicuro a Philadelphia non manca la pAZZienza: evidentemente sperano negli Eagles

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