Che suona un po’ come “Duck Tales” un cartone animato che mi piaceva un sacco quando ero bambino.
Non siamo proprio a Paperopoli, a dirla tutta ma anche questa location è piena zeppa di storie che potrebbero benissimo entrare nel catalogo della Disney.

Sono in California, a Santa Clara, poco sopra San Josè: piena Silicon Valley.
Mi sono ritrovato qui alle pendici estreme del mondo occidentale a reinventarmi un po’ tutto a 33 anni per una solita, dozzinale, storia italiana di poca meritocrazia, o quanto meno tanto clientelismo, o servilismo, o come lo volete chiamare voi.

Ammetto subito però che fra tutti i posti del mondo che potevano capitarmi per ripartire da zero non mi è andata proprio male, quindi poche lagne.

Sono arrivato da un mese, compiuto proprio oggi; come ben saprete, il basket ancora latita.

Dopo tutto, questa è la casa dei campioni in carica, i Golden State Warriors, e le estati di basket-mercato dei campioni in carica sono quasi sempre tranquille; specialmente se l’anno prima hai dominato; specialmente se tutte le contender hanno passato l’estate ad allestire dei dream team più (Cleveland e Okc) o meno (Houston) sensati e rispolverare carriere che sembravano finite (vedi voce “Derrick Rose” e “D. Wade”) o provare a far giocare qualche partita importante a gente che la posta grossa in palio non l’ha nemmeno mai vista con il binocolo (vedi CP3 e Melo). Tutti ad Ovest tra l’altro.

Nella Eastern ci sarebbe un po’ di Celtic Pride nell’aria ma più ci penso e più ricerco quella fragranza “legno-parquet del Garden” e più mi sembra che Lebron sia rimasto l’unica vera stella in tutta la conference, tipo la particella di sodio nella pubblicità della famosa acqua.

Ad ogni modo qui, ora, per quanto riguarda il basket c’è poco da dire.

Occasione ghiotta per usare questo primo episodio per raccontarvi un po’ del contesto perché, diciamocela tutta, rispetto a Cleveland, Charlotte e Indiana questa fetta di mondo ha “qualcosina” in più da offrire e da dire.

Però… come ve la racconto io questa fetta di mondo?

Questo delicato, pazzesco ecosistema che prende il nome di Silicon Valley, casa dei Golden State Warriors -ovvio- ma anche casa, se continui a leggere il citofono del palazzo, di Mark Zuckemberg, Larry Page, Sergey Brin e così via per ore e ore?

Un mondo parallelo complicatissimo, avanzato, feroce, bello, ricco e produttivo, iperselettivo e multietnico che ha trovato una sintesi fra l’estesa comunità LBGT di San Francisco, i nerd della high-tech, i terremoti, i geni, le tech company, un pizzico qua e là di flower power, le triple dal corridoio degli spogliatoi di Steph Curry, un clima più che dignitoso, la marijuana legale e l’assenza di zanzare. Solo per citare proprio le cose essenziali.

A volerne fare una descrizione un minimo accurata, senza dire troppe cavolate, servirebbe una enciclopedia o uno che questa parte del mondo l’abbia abitata e vissuta da più tempo ma ho come l’impressione che anche così, forse, ne fotograferemmo solo una porzione monodose.

Stavo per lasciare perdere, e rimettere gli appunti che annoto religiosamente su una moleskine nel cassetto, quando poi ho avuto una idea: delle storie. Forse si potrebbe fare con delle storie.

Si, storie: non so se funzionerà ma la mia idea è questa.
Piccoli aneddoti, per me significativi, un po’ zen, che non vanno poi spiegati più di tanto ma che provano a far intendere dove stia andando questa parte di mondo senza troppe conclusioni che lascio, volutamente, al lettore.
Io proverò solo a raccontare qualche lato magico (che innegabilmente c’è) e qualche stortura di questa società che tutti i giorni i miei occhi registrano in modo da capire che, anche se siamo nel “Golden State”, non è tutto oro quello che luccica e magari riassaporare quelle piccole cose che nelle nostre vecchie democrazie -dove campiamo di mille accrocchi e problemi- diamo per sopravvalutate e scontate.

Oppure convincersi che giù a casa da noi quella cosa che inghiottiamo e che sembra sterco, sia davvero merda e magari trasferirci tutti qui a breve (visti e Trump permettendo).
Il finale, stavolta per davvero, è ancora tutto da scrivere.

Buon divertimento (spero).

Vite diverse

Un tipetto con la faccia da coglione, peraltro bianco, esce da un negoziaccio di donuts pieno di afroamericani da Lakeshore, la via principale di Oakland.

Felpa bianca degli Warriors con il logo al centro in bella vista, passo deciso e veloce, così veloce che per poco non mi sbatte contro.

Lo guardo subito storto poi mi fermo un attimo e penso: “Vedi bene che non sono l’unico barbone in questa città.
C’è anche qualcuno altro a cui i donuts a 99 cent e il caffè a poco di più possono fare molto comodi.”

Guardo per un attimo dentro il negozio e mi trovo davanti una sorta di quadro: sono 6, 7 compresi quello che serve al bancone, sono tutti vestiti di stracci, due sono palesemente barboni, per quanto riguarda i restanti, non scommetterei che nemmeno uno di loro si sia fatto una doccia negli ultimi due giorni. E’ un posto dove in condizioni normali non ci passerei davanti, nemmeno nel marciapiede più distante, ma è notte fonda e mi sembra l’unica cosa aperta nei paraggi quindi decido di entrarci.

Mi giro un attimo per vedere dove va il tipo, e mi rendo conto che sta accendendo il quadro di una Maserati.

Resto un po’ spiazzato ma sorrido.
Una Maserati: una di quelle macchine che sono appannaggio del più ricco o quasi del posto da dove vengo io.

Un miliardario eccentrico mi viene da pensare subito, poi realizzo che con i salari di qua quella macchina, irrealizzabile per qualsiasi persona comune dal posto da cui vengo io, diventa poco più che uno sfizio per un single con un lavoro decente nella high-tech.

Qua, uno di quei posti dove se hai una famiglia e ti puoi permettere una casa da 2 milioni di dollari non puoi stare nemmeno dentro “The City” (San Francisco) e devi andare, nella città gemella, ad Oakland, un pelo oltre la “vera” silicon valley. Rispettabilissima, per carità, ma devi fare un ponte. Tutte le mattine, in coda con tutti gli altri, ad aspettare ed imprecare. A me il ponte fra delle sinapsi non collegate forse servirebbe per capire questo tipo di vita.

 

Nonostante il mio lavoro qua sia pagato molto meglio che in italia, molto meglio, statisticamente qui sono un povero anche io, un povero vero. Mi associo ad altre categorie di poveri che ancora non capisco bene ma che guardo con curiosità.

Gente come i miei due coinquilini, ingegneri informatici ad Apple, 12 ore al giorno di lavoro (almeno), e ancora costretti a condividere la casa, perché nonostante salari incredibili e compagnie stellari comunque non possono ancora permettersi un posto tutto loro, fra i costi esorbitanti degli alloggi (1000-1800 dollari al mese per una camera. Si lo ripeto, una camera) e la rata per ripagare il mutuo che hanno chiesto per l’università (e poi, si: girano già iPhone X e HomePod per casa da una decina di giorni..).

Gente come… i lavoratori di twitter.

Sembra una provocazione invece in questa parte del mondo se hai uno stipendio da 160.000 e una famiglia ti tocca stringere la cinta per arrivare a fine mese. Le conclusioni, come ho detto prima, le lascio a voi…

Io il senso di tutto questo non so proprio dove stia.
Prometto che proverò a scoprirlo però, questo cinnamon roll – comprato nello stesso negozio in cui il tipo con la faccia da coglione e il Maserati ha preso il caffè – è davvero delizioso.

Mai insultare la mamma di un giocatore di football.

Non che servisse il mio racconto per arrivarci.
Comunque, adoro il basket -e anche per capire questo non serviva questa storia- e nella offseason del volley tendo a occupare in qualsiasi campetto ritrovi al mondo la posizione di 4 down.

Nei periodi in cui vivo negli States ovviamente è più semplice trovare “picked game” full court che diventano spesso delle vere storie da raccontare ai nipotini.

Tempo fa una mattina mi sono ritrovato nella palestra della Law School di Harvard  con un ragazzo (un atleta pazzesco, ex NCAA ad Ohio State iscritto da poco per il master) che ha buttato una mezz’oretta facendosi selfie da dentro il canestro. Si, avete capito bene, dall’interno del canestro.

Questa ve la spiego meglio: Lui è alto due metri e briciole, muscolatura e reattività incredibili, e niente, prende la rincorsa senza palla, testa sopra il ferro e braccio dentro il canestro da sotto con il cellulare per farsi il selfie. Alla fine ce l’ha fatta. Io invece, dopo anni, ho ancora il rimpianto per non essermi fatto passare quella foto.

Insomma qua imbattersi in un “non draftato” che si fa un master per ripulire un po’ il cv troppo sportivo, è cosa comune. Quello però ci nascondono è che i tre sport più popolari -basket, football e baseball- i ragazzi spesso li praticano CONTEMPORANEAMENTE, trasformandoli in sorta di carri armati come Daniel, per esempio.

Location: palestra di SCU Santa Clara University (quella piccolina, non il palazzetto da miliardi di spettatori in cui ha giocato al College Steve Nash) entro per fare due tiri dopo il lavoro e sono fortunato; la partita di uno dei 4 campi da basket (divisi da tendoni giganti e con la possibilità di diventare campi da calcetto, volley badmington e altro) è appena finita, noi fuori siamo 4, in tre tirano per un posto e via. Ball in.

Finisco a marcare un tipo, Daniel appunto, baffetto curato, alto circa quanto me, ma molto più ex giocatore di football NCAA per UCLA di me. Un mix di reattività e forza nella parte bassa del corpo che non avevo mai visto; in pratica  sembrava che potesse spezzarmi le gambe a piacimento ad ogni partenza con o senza palla. La prima gara non so bene come la vinciamo noi con una tripla finale messa a casaccio da me in faccia al solito Daniel che non l’ha presa benissimo. Si rimette dalla linea dei tiri liberi, ne mette 5 o 6, dimostrando una voglia di giocare notevole rientra in campo e ci spazza letteralmente via, tipo il lupo con la casa di paglia di uno dei tre porcellini. Una caporetto.

Sarebbe routine se non fosse che, poco prima della fine del match, uno della mia squadra che ha avuto la brillante idea di fare trash talking con Daniel dopo un contatto “leggermente” intenso; diciamo che per divincolarsi da un rimbalzo gli ha mandato la mascella in Oregon.

Il tipo, uno studente undergraduate di legge di  170 cm circa per una frazione dei kg di Daniel, calzettoni in spugna bianchi a metà polpaccio,  forse, la parola “mot**rfu**er” a Daniel avrebbe potuta non dirgliela nonostante il fallaccio, anche perché altrimenti se PER CASO poi ti solleva per la maglietta e ti lancia fuori dal campo buttando, giù una delle tende divisorie attaccate al soffitto, ti tocca pure stare zitto e chiedere scusa se non ne vuoi di più.

Ahhh quanto fa bene lo sport.
Io alla fine con Daniel ci ho fatto pure amicizia; gli ho detto che ha fatto bene a menare il tipo, che forse l’avrei fatto anch’io e che ad ogni modo i baffi gli stavano proprio bene. I carri armati di carne, specie quando rischi di trovarteli ogni sera al campetto, è meglio averceli amici.

Poi sono tornato a casa, oki per le articolazioni e ghiaccio per i lividi e ci si rivede al campetto fra due giorni.

Freeway state of mind

Santa Clara è minuscola, sarebbe un sobborghetto residenziale di San Josè (che invece di anime ne mette insieme un paio di milioni) e io sono a 5 minuti di bici dall’università. 5 minuti di bici in zona residenziale in cui devo tagliare almeno 4 strade a 10 corsie.

Non 4 strade “e” 10 corsie, 4 vere e proprie autostrade che separano moltissime villette a schiera.
Il senso di tutto questo, io non lo capirò mai. Nemmeno come sia possibile che la pasta la cucinino sempre scotta anche se la Barilla c’è pure qua e i minuti di cottura nel pacco ci sono scritti. Ma su quello oramai ci ho messo una pietra sopra. Magari convertono in inches anche quelli…

Francois

Non so manco il cognome.
Il nome, anche se lo so benissimo, l’ho dovuto inventare perché con i CEO (acronimo di Chief Executive Officer, ovvero, l’amministratore delegato) qua, non fa a scherzarci.

So anche un’altra cosa benissimo; so che stava passando i palloni ad una squadra giovanile di pallavolo nel campo dietro il mio. Non ho capito bene se fosse lì per piacere o per “colpa” di una figlia che gioca o se stesse facendo l’assistant coach ma poco importa, credo.

Mi ricordo che era vestito un po’ alla buona.
Che potrebbe avere un 45-50 anni con pancetta e accento italiano piacevole, non particolarmente cadenzato.
So che è più alto di me, che con i miei 195 cm non sono un watusso ma di sicuro nemmeno un nano.
E so anche che è uno dei fondatori e ceo di una startup che forbes ha messo nella classifica “startup che cambieranno il mondo nei prossimi 20 anni”.

Passa i palloni la sera nel campo dietro però e le ragazze faticano a fare i 3 canonici tocchi per mandare la palla dall’altra parte. Questi sono quelli che non so bene se cambieranno il mio di mondo ma, se il valore stimato della aziendina che ho appena letto è corretto, sicuramente un vasto pezzo di questo mondo Francois se lo potrà comprare a breve.
Mah…

Nota a margine: la facilities di cui parlavo è questa: avrebbe 6 campi al coperto, 4 da beach volley fuori, due gabbie per il baseball al chiuso, un live grass turf per fare i 30 yards dash tipico del football, la sala pesi e ci sono  due persone a fare i technical director per il programma del volley con un mondiale vinto e una medaglia olimpica.

Perché la struttura è “in pratica” di EA Sport, proprio quella EA Sport di “EA sport it’sinthegame“, mantra con cui tutti siamo cresciuti e il trainer responsabile delle attività è tale coach T, che io pensavo fosse un cialtrone e invece ieri mi hanno confessato a voce basse che è l’ex preparatore dei 49ers.

Questo è lo sport amatoriale, Palo Alto style.

Ferie e soldoni, gioie e dolori

Alla Apple pagano bene ma non hanno ferie. o ne hanno molto poche.
Ne parlavo due giorni fa con i miei coinquilini; tipo al primo anno di lavoro partono da zero e le devono accumulare faticosamente per arrivare alla fine del primo anno ad un totale di circa 12 giorni (che poi dal secondo diventano circa 17) più i bank holidays, quelli rossi sul calendario, per capirci.

Credo valga la pena però ricordare che in america non hanno santi, vergini, protettori, epifanie, assunzioni, patroni, liberazioni e altro. Tolto il Columbus, il Thanksgiving, il Veteran ed il Labour, rimangono Pasqua e Natale, in pratica. Però a Apple, come anche a Google, i benefits te li tirano dietro con una mira da cecchino: hanno la mensa multiristorante (inclusa) la palestra, il garage, l’asilo nido, il barbiere e addirittura (rullo di tamburi) il meccanico, le stock option e qualcuno mi ha detto anche le piante di ficus, la poltrona in pelle umana, l’acquario dei dipendenti ed almeno una segretaria sempre sotto la scrivania.

Amici che ci lavorano mi hanno confessato che da poco hanno messo (totalmente gratis) un bar che fa solo succhi di frutta biologici sul momento; una di quelle cose che a San Francisco costa circa 15 dollari (veri. Sono, aihmè, prezzi reali: da poco ho pagato un cono 1 gusto 12 dollari nella Hayes valley) anche se ti mettono dentro 1 banana e due mele (combinazione che a San Francisco va per la maggiore..) ma li è gratis.
Posso testimoniare perché, sfortunatamente, poi l’ho visto pure io.

Chi è furbo lo sa che è una trappola e che psicologicamente è fuorviante; puntano a tenerti dentro per due fattori, primo perché lavori di più e ti senti “ripagato” dalle coccole della tua compagnia e secondo perché resti a lavoro anche nel tempo libero (diabolico e geniale insieme); magari fai i pesi, ma mentre fai l’ultima serie di bicipiti parli di lavoro con un collega, non hai traffico di mezzo, ti distrai di meno e se “per caso” devi riguardare un file o arriva una telefonata di lavoro sei a due rampe di scale dalla scrivania.

Quindi quelli svegli, visto che gli stipendi sono pazzeschi, questo giochino lo capiscono e li mandano a cagare piuttosto alla svelta, tipo che la tessera della palestra te la fai fuori e la mensa aziendale la schivi (almeno a cena) come le ortiche. Se però sei un ragazzo di 22/23 anni appena finiti gli studi, che ha girato poco e per giunta americano, appena arrivi li dentro li rischio di rimanere, come si dice qua, biased è altissimo.

Chiedere ai miei due coinquilini americanissimi del Michigan che per fare i pesi a Cupertino nel quartier generale Apple prima di entrare a lavoro si alzano alle 4.45 del mattino per prendere il primo commuter bus (lo spiego nel prossimo episodio) tre volte a settimana (almeno).

Oggi compio un mese (sottotitolo: Il campus di Google a Mountain View)

28-09-2017 (con la data scritta come Dio comanda: fanculo yenkee)

Oggi sono stato nel paese dei balocchi – il campus di Google – dove tutto è gratis e tutti lavorano a tutte le ore.

Oggi, prendetela come un dato di fatto perché da spiegare sarebbe lunga, ho appena finito di fare tre ore di beach volley con Giulia (libero, ex nazionale italiana di volley) e due 23enni gigantesche e pelosette, di cui una fa il campionato NCAA di beachvolley con la San Diego State University.

Cibo: gratis, campo: gratis, acqua: gratis, illuminazione a led del campus a giorno: gratis, asciugamani: gratis (in teoria quelli erano da rendere ma li ho fatti diventare gratis io) latte al cioccolato: gratis, proteine in palestra: gratis e tutti lì per 24 ore, non capendo bene se la notte possano uscire per andare a casa o se prima devono chiedere le chiavi a un secondino.

Io una idea non me la sono ancora fatta, per oggi lascio a voi le valutazioni finali.

Oggi finisce questo mese di ambientamento nella mia nuova casa, città e vita e inizio a sondare un po’ di quelle possibilità che qua sono sempre nell’aria; ho preso una macchina che mi è sempre piaciuta – un maggiolone cabrio vecchissimo – e, particolare che ho tralasciato, ieri mi è arrivata la mail con le credenziali stampa per l’intera stagione NBA che sta per iniziare.

Ho già richiesto l’accesso per tutte le gare casalinghe e vi prometto che sarò un fedele inviato dal mondo e possibilmente dal backstage dei Golden State Warriors.

Per adesso vi saluto, se gli Dei del basket vorranno la prossima volta vi scriverò in diretta per il tip-off della stagione NBA 2017-2018. Houston @ Golden State, una partitella insomma.

Se riesco vado lì dal riscaldamento a raccontarvi un po’ gli umori, i rumori e, se riesco ad avvicinarmi abbastanza, anche gli odori.

La prossima volta magari vi racconto meglio pure di un amico (come si scriveva un tempo nelle letterine che si mandavano ai giornaletti tipo il Cioé) che ha fatto la medical card per la marjuana superando una RIGOROSISSIMA visita online con un dottore asiatico, durata ben 106 secondi, composta da due domande e 1 raccomandazione. Riporto solo la raccomandazione che è favolosa: “Ti consiglio questa particolare qualità di erba (*) e se la usi per dormire, fumala sul divano o sul letto che è meglio, fidati, che ne so qualcosa. Una volta dopo averla fumata sono caduto in cucina e rimasto lì stecchito per quasi mezzora”

Genio.

Io non so se questo sia progresso: non riesco a definire progresso la liberalizzazione di una sostanza/stupefacente ma sicuramente ha qualcosa a che fare con l’ipocrisia.

Qui – in modo molto americano del resto – anche quando fanno dei passi da gigante non se lo riescono a dire apertamente e la cammuffano un po’, come uno che fa finta di niente e cammina normale dopo essere appena inciampato.

Un po’ come quando ti devi sorbire alla tv uno del congresso (ala repubblicana, obviously) che spiega perchè l’arma usata per sparare 15 minuti di fila a Vegas durante un concerto country non è da considerarsi automatica e quindi ha senso continuare a venderla liberamente.

Alla prossima quindi con CP3, il commuting, il Barba, qualche dettaglio sulle tech-companies  e con (il mio odiato) Mike D’Antoni, anche perché sugli Warriors non ci sarà niente da dire per un po’, a meno che non ne perdano 10 di fila o non si arrivi in Semifinale di Conference.
Prima è tutto un gioco.

Un saluto dal Golden State. A presto. :)

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3 thoughts on “Dub Tales: racconti da un altro mondo

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