
È stato carino vedere il Miami FC e i Rochester Rhinos - entrambi team della USSF Division II Pro Soccer League - porgere i rispetti alla proprie radici, che risalgono alla NASL anni '70/'80.
Ad essere onesti però, non tutto è stato proprio ben fatto. Qui di seguito si possono vedere i kit con cui i Blues del Miami FC sono scesi in campo una decina di giorni fa, mentre di seguito ecco un paio di foto dei Ft. Lauderdale Strikers originali del 1982 (in mezzo) e del 1977, squadra in cui militarono giocatori quali George Best, Gerd Muller, il peruviano Teofilo Cubillas ed il cileno Elias Figueroa (miglior calciatore sudamericano nel 1974, 1975 e 1976, e il migliore calciatore cileno di tutti i tempi).
Anche Rochester (che ha premiato Carlos Metidieri e altri reduci del Soccer Bowl 1970) non è che abbia fatto molto meglio, ma almeno si è tenuta sul semplice e non ha fatto la figura di una squadra da dopolavoro.
È strano, ma per qualche ragione le squadre americane sembrano incapaci di organizzare bene queste rievocazioni. Quando ad esempio i San Jose Earthquakes della MLS hanno indossato modelli di vecchie maglie ad inizio estate hanno utilizzato quelle del... 2005! Ma sempre San Jose aveva utilizzato maglie-NASL in un match del 2004 contro Dallas). Meglio Chicago, che nel 2006 ha reso omaggio ai Chicago Sting, a 25 anni dal NASL Soccer Bowl vinto nel 1981 in finale sui NY Cosmos, con una speciale maglia commemorativa, mentre un'altra volta hanno usato una semplice patch NASL messa sulla classica maglia rossa.
Quando però Tampa Bay Mutiny e NY MetroStars provarono a rievocare il classico Rowdies/Cosmos nel 2001 fu un disastro totale, con i MetroStars che non poterono nemmeno menzionare i Cosmos per problemi di copyright!
Comunque sarebbe forte se i Colorado Rapids ricordassero i propri "antenati" Colorado Caribous e il DC United recuperasse la sua storia "diplomatica", ma non ci scommetterei troppo. E poi se il risultato deve essere quello del Miami, eviterei, anche perché visto l'ottimo risultato che i Seattle Sounders, eredi dei Sounders della NASL, ci offrono ogni settimana (e presto torneranno i Vancouver Whitecaps), un'imitazione malfatta sarebbe solo ridicola.
Questa è una storia che esula da contenuti prettamente tecnici e assume tinte diverse, considera anche aspetti storici e sociali.
Stati Uniti, 1966, siamo nel pieno della segregazione razziale, gli afroamericani lottano ancora per un posto nell'autobus, il sud della nazione è ancora spaccato da contrasti etnici e da profonda intolleranza.
Anche la pallacanestro segue questa tendenza, il college è quasi ancora ad appannaggio esclusivo dei giovani rampolli bianchi ed abbienti, in particolare nel sud vi sono ancora dei team che precludono l'ingresso ai giocatori di colore.
Tuttavia vi sono comunque i segni di un grosso cambiamento, ad esempio nel football con le prime stelle collegiali di colore, come Jim Brown ed Ernie Davis, il primo giocatore di colore nella storia a vincere il premio Heisman (consiglio il film The Express.)
Agli arbori della stagione 1965-1966 i favori del pronostico erano tutti per i Kentucky Wildcats, guidati dal leggendario coach, il "Barone" Adolph Rupp, famoso oltre che per i risultati ottenuti dai propri team, anche per il sospetto malcelato di una certa tendenza al razzismo, tesi che poteva essere parzialmente confermata dalla sola presenza di giocatori bianchi negli anni spesi sulla panchina a Lexington (precisazione, nel 1969 reclutò il primo prospetto di colore).
Inoltre un'altra tra le grandi favorite, i Duke Blue Devils, confermavano la tradizione conservatrice del North Carolina, proponendo un quintetto solo di caucasici agli ordini del mitico Vic Bubas.
Nello stesso anno un college delle Independents, Texas Western (ora UTEP), proponeva un quintetto costituito da soli giocatori di colore, reclutati da coach Don Haskins prevalentemente da città del nord degli Stati Uniti, di cui ricordiamo i nomi:
Bobby Joe Hill
Orsten Artis
Nevil Shed
David Lattin
Willie Cager
Agli arbori di marzo, al momento di comporre i team partecipanti al torneo i primi tre team erano nell ordine Kentucky (23-1),Duke(23-3) e Texas Western (23-1).
La strada per le final four per i Miners fu irta di difficoltà, sia nelle Sweet 16 contro Cincinnati che in particolare alle finali del regionals contro una corazzata come Kansas, dove Texas Western ottenne una soffertissima vittoria dopo due supplementari grazie al tap in di Willie Cager. Così alle final four si ritrovarono Utah, Texas State, Duke e Kentucky.
I Miners vinsero lo scontro contro Utah del mitico Jerry Chambers (nominato MOP del torneo nonostante l'uscita prematura), mentre Kentucky vinse contro Duke quella che agli occhi dell'intero panorama cestistico collegiale suonava come una finale annunciata.
Così, ironia della sorte si trovarono di fronte due team agli estremi, in una dicotomia di filosofia e di cultura che veniva ancora più enfatizzata dal momento storico ed culturale che stava spazzando gli USA.
Il risultato fu sorprendente e clamoroso con i miners a vincere il primo ed unico titolo della storia di Texas Western (UTEP) con un perentorio 72-65.
Alcuni momenti salienti della gara restano ancora impressi agli occhi degli appassionati più anziani ed old fashioned, le due palle rubate consecutive di Bobby Hill e la schiacciata di David Lattin in testa ad una delle stelle dei Wildcats Pat Riley ( Si, proprio lui, l'attuale presidente degli Heats e vincitore plurimo di anelli nonchè protagonista di un'era conosciuta come quella dello showtime).
Questa storia non è quella del solito underdog così comune nell'NCAA, ma una vicenda che ha sancito l'inizio di una nuova era, non solo sportiva per una grande nazione in pieno fermento culturale.
La storia spesso influenza lo sport con i suoi mutamenti,ma a volte è proprio lo sport a scrivere la storia.
E finalmente Play.it ha avuto la possibilità di poter vivere insieme ai tifosi dei Red Bulls l’esperienza di andare a vedere la partita nel primo stadio di calcio in America di livello mondiale (seppur con “soli” 27mila posti disponibili). In passato avevo avuto occasione di andare al Giants Stadium per una partita dei NY Giants della NFL, e ho ancora in mente il caos e il traffico per giungere fino a Meadowlands (NJ).
Tutto diverso con la Red Bull Arena (sul cui concept di stadio lasceremo voce in altro articolo all’architetto che lo ha disegnato, Gino Rossetti della Rossetti Architects, lo studio che ha progettato buona parte dei Soccer Specific Stadium d’America e non solo). Per arrivare a Harrison infatti niente macchina. Si sale sul treno PATH dalla stazione del World Trade Center e in 20 minuti si sbarca a poche centinaia di metri dallo stadio. In treno l’atmosfera è molto simile a quella di quando si va in uno stadio inglese, con tifosi che riempiono i vagoni con indosso la maglia della propria squadra. Certo in questo caso la situazione è un po’ diversa. L’ambiente è assolutamente multietnico: si va da gruppetti di ragazzi WASP (White Anglo Saxon Protestant) a centro-sudamericani d’ogni provenienza (in maggioranza colombiani per Angel, Honduras, Ecuador, Brasile, El Salvador) e persino qualche cinese, con qualcuno con indosso la maglia della squadra d’appartenenza del proprio paese o per semplice tifo. Ed ecco allora una sfilata di club - Chelsea, Manchester United, Arsenal, Celtic Glasgow, Sao Paulo, Guadalajara, Inter, Milan, Lazio (un ragazzo canadese!) – e di nazionali, con le più “strane” Giappone, Ghana, Costa d’Avorio, Romania e Fiji! Il tutto in un vociare di mille lingue, che una parte del fascino degli Stati Uniti e – in particolare – di New York.
La tratta in treno da Manhattan a Harrison è un po’ deprimente. Si passa infatti in mezzo ad un’area estremamente industriale, con zone però completamente abbandonate a sé stesse e che danno un notevole senso di decadenza. Anche l’arrivo alla stazione vicino allo stadio non è nulla di che. Appena usciti infatti si vede la Red Bull Arena ergersi col suo color argento in mezzo al nulla, o quasi. Vicino infatti ci sono lavori in corso per bonificare tutta l’area, un tempo centro industriale con qualche veleno di troppo, che ha comportato anche maggiori costi per la costruzione dello stadio stesso. Il centro commerciale e le residenze, che allargheranno oltre il fiume la città di Harrison recuperandone un’area importante -arriveranno a partire dall’anno prossimo, ed è una delle ragioni per cui i Red Bulls non in realtà candidato il proprio stadio per la MLS Cup. Si preferisce infatti attendere il completamento delle strutture commerciali prima di sfruttare una tale occasione di visibilità.
Per andare allo stadio comunque si cammina in tutta tranquillità, mischiati anche con un po’ di tifosi dei Seattle Sounders, l’avversario di giornata, rigorosamente in maglia verde. C’è qualche poliziotto in più del solito in giro, dopo che qualche settimana fa ci sono stati degli incidenti tra i tifosi dei Red Bulls e un pullmann proveniente da Philadelphia, assaltato a sassate. A quanto pare purtroppo con l’entusiasmo tutto euro/sudamericano sembra stia arrivando anche qualche elemento di cui si farebbe a meno volentieri.
L’atmosfera intorno allo stadio è bellissima, con strutture per bambini che possono giocare come fossero al Luna Park. Manca purtroppo la possibilità di tailgating (tradizione americana del barbeque nel parcheggio dello stadio), a causa del fatto che quasi nessuno è lì in macchina e con i chioschi tutti appaltati dallo stadio. Niente paninari abusivi, come anche per gli store, curati in tutti i particolari per la vendita del merchandising. L’organizzazione degli ingressi poi è perfetta, con file ordinate e zero militarizzazione.
All’interno, nell’area stampa/vip, si può notare come lo stadio sia stato reso pronto per le partite in fretta e furia, con muri ancora grezzi, fili sparsi e così via. Beh, almeno il cibo per la stampa è a volontà e pure buono! Ed è un piacere avere l’occasione di incontrare nomi mitici del giornalismo calcistico USA che da annio io come tanti altri leggiamo da lontano: da Ives Galarcep del top blog “Soccer by Ives” e di Fox soccer Channel, a Michael Lewis del NY Post e di “BigAppleSoccer”, fino a Jack Bell del NY Times. Ma ci sono corrispondenti da molti paesi, con anche qualche giornale e TV colombiane, visto lo scontro del giorno che vede in campo l’ex Aston Villa Juan Pablo Angel con NY e il giovane Fredy Montero con Seattle.
La tribuna è però l’aspetto che più impressiona. La vicinanza al campo non ha praticamente eguali a mia memoria. Tutto – si vede – è stato strutturato, anche le curve, per dare allo spettatore la migliore visibilità ed experience possibili. Experience che però si realizza in migliaia di persone che sembra non pensino altro che a mangiare e bere, visto che si attardano nei ristorantini interni mentre le squadre entrano in campo. Turbato comunque dai pochi presenti, arriva però un comunicato di un allarme bomba sulla linea ferroviario che ha bloccato 3/4mila persone mentre si recavano allo stadio.
Ma tutto questo alla curva sud della Red Bull Arena importa poco, impegnata com’è in canti e sventolio continuo di bandiere mentre il tramonto di una bellissima giornata sulla East Coast scende pian piano sullo stadio, che comunque dopo venti minuti dall’inizo del match inizia riempirsi fino a metà.
Squadre in campo a ranghi completi, con Montero però lasciato in panchina ’inizio dal coach di Seattle Sigi Schmid. A questo punto preferiamo tralasciare le considerazioni tecniche su un match che definire orrido è poco. Squadre mal messe in campo, gesti tecnici imbarazzanti, con lisci sparsi e calcioni al pallone in tribuna, con lo svedese Fredrick Ljungberg impegnato anche mentre le squadre rientravano negli spogliatoi a spiegare all’imbarazzante arbitro come funziona il calcio. Spettacolo pessimo, tra i peggiori cui abbiamo avuto occasione di assistere. Da segnalare solo le prove di, per NY, del centravanti Angel, dell’ala giamaicana Dane Richards (un Edgar Alvarez meno tecnico…) e del centrocampista estone Joel Lindpere, che ha spesso cercato di mettere ordine pur senza riuscirci. Peggio ancora Seattle, che comunque porta a casa i tre punti, con Montero ancora fondamentale, un Ljungberg un po’ svogliato ma sempre ad ottimi livelli e con il portiere Kasey Keller che però quest’anno inizia a far vedere qualche crepa nella sua quarantenne corazza.
A fine partita è chiara la delusione sul viso dei tifosi locali, mentre i cento venuti da Seattle piazzati sul secondo anello della curva nord continuano a urlare salutati dai propri beniamini. Ma all’uscita non ci sono problemi, con gente di NY e della West Coast che si mischia tenendo in mano una birra, avviandosi al treno chi per Manhattan o altre destinazioni di NY, chi per il New Jersey, mentre il sole è ormai calato e noi - dopo aver fatto un po' di interviste negli spogliatoi (c'era anche Jozy Altidore) - ce ne andiamo a cena nell’East Village ad assaporare dei ravioli con marinara sauce (si vabbeh…) nel buonissimo ristorante italiano da Max (51 Avenue B, tra le 3rd e la 4th Street) parlando di calcio e di vita, mettendoci alle spalle un'altra bella esperienza da amanti del soccer e degli Stati Uniti.
Sul sito della ESPN Soccernet c'è da ieri un interessante articolo sulla Major League Soccer e la sua Designated Player rule.
La cosiddetta Beckham Rule fu approvata a fine 2006 quale esperimento che potesse consentire ai team che lo volesseri di ingaggiare un calciatore, pagandolo come avviene in altri paesi, ma facendolo pesare solo in parte sul severo salary cap della singola squadra. L'esperimento sarebbe dovuto durare tre anni, ed è giunto il tempo che l'MLS board of governors ne analizzi i risultati. Ufficialmente la regola scadrebbe addirittura questa settimana, ma le attuali trattative in corso sul contratto collettivo dei giocatori hanno impedito una decisione sulla DP Rule.
Ma qualìè il problema. Perché non allargare la regola a due DP per team, come richiesto da varie squadre?
Il fatto è che una scelta del genere potrebbe cambiare definitivamente la struttura della MLS, il modo stesso in cui essa opera. E cioè, nel caso a cui dovesse essere concesso un secondo DPP (o persino un terzo attraverso uno scambio sui diritti), potremmo trovarci di fronte ad una dicotomia fra città/mercati grandi e piccoli, quando invece vige oggi nella MLS un sistema improntato all'equilibrio.
Sicuramente L.A. Galaxy, NY Red Bulls, Seattle e DC United sarebbero pronte ad investire sugli alti ingaggi di qualche campione o ex, pronte ad assumersene il rischio in vista di notevoli ritorni di pubblico. Dall'altra parte ci sarebbero invece le piccole, costrette a fare economia.
Con il salary cap esistente, non finiremmo certo in una situazione tipo Major League Baseball, in cui Yankees Red Sox e un paio di altre spendono più di tutte, oppure in un modello Premier League dominato dalle grandi 4 (ora 5 col Manchester City in mano agli arabi), ma certo una mossa del genere spingerebbe la MLS in quella direzione.
La deisione vera da prendere quindi non è semplicemnte legata all'ingaggio di un altro giocatore fuori salary cap, ma è relativa al mantenimento di un sistema basato sulla parità - tipo NFL - o su uno che veda grandi e piccole.
La risposta non è certo semplice, vista anche la possibile incognita legata all'eventuale risposta del pubblico. Ma da osservatore esterno è chiaro che la MLS debba aiutare le sue squadre - almeno alcune, quelle intenzionate ad investire - a crescere, anche per evitare le recenti figuracce a livello continentale e per poter finalmente iniziare ad avere squadre-mito in grado di attirare l'interesse di media, tifosi e giocatori del continente. Dl resto tutti (o quasi) sono stati contenti quando ad es. il Verona han vinto lo Scudetto, ma è inevitabile notare che se società quali Milan, Inter, Juventus e anche Fiorentina, Lazio, Napoli, Sampdoria e anche Parma (cito le vincitrici di coppe europee), non si fossero affermate a livello continentale e mondiale, oggi la Serie A non avrebbe il fascino che - nonostante tutto - continua a mantenere per la sua tradizione di successi.
Si gioca in settimana il ritorno del preliminare della CONCACAF Champions League 2009/2010, con in campo - per la MLS - New York, DC United e Toronto FC (oltre ai Puerto Rico Islanders della USL). Sono in totale 24 (incluse le americane Houston e Columbus) le squadre del continente che si giocheranno il diritto di rappresentare la CONCACAF alla FIFA Club World Cup, che quest'anno si giocherà negli Emirati.
Le prime partite - Toronto a parte, come sempre - non hanno visto anche quest'anno (è la seconda edizione) una grande partecipazione di pubblico. Le cose dovrebbero migliorare con la fase a gironi al via tra un paio di settimane.
In Europa, la Champions League è sicuramente la competizione più importante in assoluto, con i club che si battono in ogni campionato per arrivare ad avere i soldi, l'immagine e la gloria che vuol dire un posto in Champions. Nella CONCACAF, i torneo appare a malapena sui radar di media e tifosi, specialmente negli Stati Uniti. Anche i club non appaiono essere entusiasti, a causa del tempo, dei soldi e delle energie necessarie da dedicare alla competizione, senza averne un adeguato ritorno come onvece accade in Europa. Le squadre sono infatti costrette a lunghi viaggi e vedono poche entrate arrivare dal botteghino. Sono in molti quindi a chiedersi se ne valga la pena, almeno dal punto di vista del business.
Dal nostro punto di vista la risposta è sicuramente sì.
Man mano che il torneo prenderà piede (dando anche visibilità alla MLS in tutta l'area) l'importanza e l'attenzionesaliranno. Allo stesso tempo, il tipico soccer fan americano che oggi guarda solo il calcio europeo, avrà la possibilità di vedere sempre più match internazionali con in campo squadre della MLS, per giunta in un torneo che - ad un fan del calcio europeo - ha assolutamente senso esistere.
Ottima l'opportunità per i giocatori della MLS di mettersi in mostra nei confronti di potenziali acquirenti europei o orientali (Giappone e Australia), e ciò potrebbe consentire alla MLS di incassare soldi freschi sul mercato giocatori, da reinvestire sul mercato interno nei settori giovanili o per importare ulteriore talenti dal centro/sudamerica. Talenti che proprio la Champions dà l'occasione di scovare e verificare.
Certo per arrivare a questo circolo virtuoso ci vorrà tempo, e nel mezzo si perderanno energie e un po' di soldi, ma in prospettiva la Champions League diverrà un'ottima opportunità di business per la Major League Soccer. Si inizieranno a vendere biglietti e le televisioni cominceranno ad essere interessate, specie con un audience televisiva multietnica come quella americana. Ma più di tutto, la CONCACAF Champions League è primo vero scalino che la MLS dovrà superare per raggiungere una credibilità internazionale mai avuta nemmeno dalla NASL (North American Soccer League) degli anni '70/80, i cui club (tranne i Rochester Lancers nel 1971) nemmeno partecipavano ai tornei continentali. E fare bene quest'anno - dopo le pessime figure l'anno scorso di New England, Chivas USA e DC United - sarà sicuramente il primo passo verso questa credibilità e il business conseguente.
Link: http://drafttimes.playitusa.com/?page_id=765
Il nuovo mock con tutti gli ultimi aggiornamenti è on line!!

2009 Standings after 17 races
1 Dario Franchitti....616
2 Scott Dixon.........605
3 Ryan Briscoe........604
4 Helio Castroneves...433
5 Danica Patrick......393
6 Tony Kanaan.........386
7 Graham Rahal........385
8 Marco Andretti......380
9 Justin Wilson.......354
10 Dan Wheldon........354
11 Hideki Mutoh.......353
12 Ed Carpenter.......321
13 Raphael Matos......312
14 Mario Moraes.......304
15 Ryan Hunter-Reay...298
16 Robert Doornbos....283
17 Mike Conway........261
18 E.J. Viso..........248
19 Will Power.........215
20 Tomas Scheckter....195
21 Oriol Servia.......115
22 Alex Tagliani......114
23 Paul Tracy.........113
24 Milka Duno.........113
25 Sarah Fisher.......89
26 Jacques Lazier.....77
27 Richard Antinucci..63
28 Vitor Meira........62
29 Stanton Barrett....62
30 Alex Lloyd.........41
31 Darren Manning.....38
32 Townsend Bell......32
33 AJ Foyt IV.........26
34 Scott Sharp........16
35 Nelson Philippe....16
36 Kosuke Matsuura....13
37 Franck Montagny....12
38 John Andretti......12
39 Roger Yasukawa.....12
40 Davey Hamilton.....10
Link: http://drafttimes.playitusa.com/?page_id=535
Tifosi NFL in astinenza, c'è un po' di sollievo per voi: è uscito il primo NFL Mock Draft 2009 di Play.it USA!
Sono stati ufficializzate le date degli incontri di qualificazione riservati alle squadre MLS per la Lamar Hunt US Open Cup 2009.
Sono 6 le squadre già qualificate - Columbus, Chicago, Houston, New England, Chivas USA, Kansas City - mentre le rimanenti 8 si affrontano per due posti. La squadra vincitrice ha diritto ad un posto nel preliminare di CONCACAF Champions League. Il Toronto FC partecipa invece al Canadian Championship, essendo la USOC un torneo esclusivamente nazionale.
La USOC è il torneo più antico d'America, e si svolge ininterrottamente dal 1914. La scelta della MLS di parteciparvi ha contribuito a ridarle importanza, dopo il decadimento derivato dalla rinuncia dei team della NASL tra gli anni '70 e '80. Per quanto riguarda le qualificazioni, si erano giocate già nel periodo 1997-2002, ma dal 2003 tutte le squadre MLS erano qualificate automaticamente e le prime 8 entravano direttamente al quarto turno, mentre le altre se la vedevano con le prime 4 della USL 1st Division al terzo.
La scelta di ridurre il numero delle squadre MLS che entrano direttamente in cors per la USOC senza passare per le qualificazioni risale al 2007, quando l'accumularsi di tornei che coinvolgevano le varie Nazionali (Gold Cup, Copa America, Mondiale Under 20), costrinsero la US Soccer Federation (guidata da Sunil Gulati, che ricordiamo essere anche un dipendente di Robert Kraft, il patron dei New England Revolution della MLS) a ridurre il numero di match. Ma ad oggi si può tranquillamente dire che alla fine quella sia stata solo una scusa. Ad esempio, i team USL si qualificano direttamente. Certo, PDL (Premier Development League) e USASA (United States Adult Soccer Association) passano ancora per le qualificazioni, ma parliamo della quarta e quinta serie del soccer USA!
Il vero problema infatti è che da parte della MLS e delle sue squadre c'è poco interesse. E ciò perché non c'è qualche grande sponsor dietro il torneo. E anche a seguito della decisione della CONCACAF di assegnare un posto nei preliminari di Champions alla vincitrice (scelta che molti vorrebbero anche da parte dell'UEFA), non è che molto sia cambiato.
Ma ciò è un peccato davvero. La US Open Cup è infatti l'unica vera tradizione del calcio degli Stati Uniti, e un adeguato investimento in comunicazione potrebbe trarne sicuramente ottimi risultati, visto il fascino di un torneo ad eliminazione diretta. l'esempio perfetto - fatte le dovute distinzioni - è la FA Cup, dove è possibile vedere arrivare in finale e finire sotto i riflettori squadre quali Cardiff City e Portsmouth. Qualcosa del genere stava succedendo tre anni fa col Dallas Roma FC, squadra della Region III della USASA capace di eliminare prima il Miami FC di Romario e Zinho e poi anche il Chivas USA agli ottavi, oppure con il Charleston Battery della USL 1st Division finalista nel 2008 e sconfitto solo ai supplementari dal D.C. United. Per non parlare di quando fu un team USL - i Rochester Rhinos - a vincere la coppa battendo i Colorado Rapids nel 1999.
Chiaro che figure come quella fatta dai NYRB contro il Crystal Palace Baltimore (USL 2nd Division) non sono l'ideale, ma il fascino della US Open Cup è prorio questo. E con Philadelphia all'ingresso nel 2010 - forse insieme al FCB Miami - il soccer USA crescerà ancora e con esso dovrà crescere anche il suo trofeo più antico. Speriamo quindi che presto la USSF, la MLS e le altre leghe decidano di investirci sopra. Anche perchè ormai - purtroppo - il calcio è SOLO questione di soldi.

2009 Indycar Series Entry List
Target Chip Ganassi Racing
#9
Driver: Scott Dixon
Nation: New Zealand
Birthdate: July 22, 1980
Races: 96
Poles: 14
Wins: 16
Palmares: 2008 Indianapolis 500 and Indycar Series Champion

#10
Driver: Dario Franchitti
Nation: Scotland
Birthdate: May 13, 1973
Races: 67
Poles: 7
Wins: 8
Palmares: 2007 Indianapolis 500 and Indycar Series Champion

Penske Racing
#3
Driver: Helio Castroneves
Nation: Brazil
Birthdate: May 10, 1975
Races: 114
Poles: 28
Wins: 14
Palmares: 2001, 2002 Indianapolis 500 Champion

#6
Driver: Ryan Briscoe
Nation: Australia
Birthdate: September 24, 1981
Races: 36
Poles: 4
Wins: 2
Palmares: -

#12
Driver: Will Power
Nation: Australia
Birthdate: March 1, 1981
Races: 17
Poles: 0
Wins: 1
Palmares: 2006 ChampCar Rookie of the Year

Andretti-Green Racing
#7
Driver: Danica Patrick
Nation: United States
Birthdate: March 25, 1982
Races: 64
Poles: 3
Wins: 1
Palmares: 2005 Indianapolis 500 and Indycar Series Rookie of the Year

#11
Driver: Tony Kanaan
Nation: Brazil
Birthdate: December 31, 1974
Races: 98
Poles: 10
Wins: 13
Palmares: 2004 Indycar Series Champion

#26
Driver: Marco Andretti
Nation: United States
Birthdate: March 13, 1987
Races: 48
Poles: 1
Wins: 1
Palmares: 2006 Indianapolis 500 and Indycar Series Rookie of the Year

#27
Driver: Hideki Mutoh
Nation: Japan
Birthdate: October 10, 1982
Races: 18
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: 2008 Indycar Series Rookie of the Year

Vision Racing
#20
Driver: Ed Carpenter
Nation: United States
Birthdate: March 3, 1981
Races: 82
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: -

#21
Driver: Ryan Hunter-Reay
Nation: United States
Birthdate: December 17, 1980
Races: 23
Poles: 0
Wins: 1
Palmares: 2008 Indianapolis 500 and 2007 Indycar Series Rookie of the Year

Dreyer&Reinbold Racing
#23
Driver: Darren Manning
Nation: England
Birthdate: April 30, 1975
Races: 58
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: -

Driver: Milka Duno
Nation: Venezuela
Birthdate: April 22, 1972
Races: 17
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: -

#24
Driver: Mike Conway
Nation: England
Birthdate: August 19, 1983
Races: 0
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: 2006 British Formula 3 Champion

Newman-Haas-Lanigan Racing
#02
Driver: Graham Rahal
Nation: United States
Birthdate: January 4, 1989
Races: 16
Poles: 0
Wins: 1
Palmares: -

#06
Driver: Robert Doornbos
Nation: Holland
Birthdate: September 23, 1981
Races: 0
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: 2007 ChampCar Rookie of the Year

Panther Racing
#4
Driver: Dan Wheldon
Nation: England
Birthdate: June 22, 1978
Races: 97
Poles: 5
Wins: 15
Palmares: 2005 Indianapolis 500 and Indycar Series Champion

HVM Racing
#13
Driver: EJ Viso
Nation: Venezuela
Birthdate: March 19, 1985
Races: 16
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: -

AJ Foyt Enterprises
#14
Driver: Vitor Meira
Nation: Brazil
Birthdate: March 27, 1977
Races: 93
Poles: 2
Wins: 0
Palmares: -

Conquest Racing
#34
Driver: Alex Tagliani
Nation: Canada
Birthdate: October 18, 1972
Races: 3
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: -

CURB/Agajanian/3G Racing
#98
Driver: Stanton Barrett
Nation: United States
Birthdate: December 1, 1972
Races: 0
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: -

Luzco-Dragon Racing
#2
Driver: Raphael Matos
Nation: Brazil
Birthdate: August 28, 1981
Races: 0
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: 2008 Indy Lights Series Champion

KV Racing Technology
#5
Driver: Mario Moraes
Nation: Brazil
Birthdate: December 20, 1988
Races: 17
Poles: 0
Wins: 0
Palmares: -

Dale Coyne Racing
#18
Driver: Justin Wilson
Nation: England
Birthdate: July 31, 1978
Races: 18
Poles: 1
Wins: 1
Palmares: 2001 International Formula 3000 Champion

Sarah Fisher Racing (Kansas, Indianapolis, Texas, Kentucky, Chicagoland, Homestead only)
#67
Driver: Sarah Fisher
Nation: United States
Birthdate: October 4, 1980
Races: 69
Poles: 1
Wins: 0
Palmares: -
