
Eccomi di nuovo a voi, non proprio alla scadenza della quindicina prevista, forse un po’ prima, ma non fateci troppo caso : scrivo un pò quando posso e un po’ quando mi viene di farlo, così potrà accadere che non possa postare nulla per un bel pò.
Ad ogni buon conto eccoci qua, benvenuti a questa seconda “diretta” dal Lancashire, e piu’ precisamente da Blackburn, dove vivo e da dove in questo momento vi scrivo.
Intanto due note cestistiche.
I miei Celtics stanno soffrendo oltremodo l’infortunio di KG e queste prossime due settimane in cui sarà assente potrebbero costare care al team bianco verde nella lotta alla prima posizione in Regular Season, e quindi al titolo, che secondo me è probabile che vada a chi detiene i vantaggio campo nella serie finale, un po’ come è stato lo scorso anno.
"The Answer" Iverson titolare a Detroit non porta proprio bene alla franchigia di Motown : otto perse di fila con lui titolare ! Chi sostiene che da sesto di impatto, a cambiare Rip Hamilton, AI sarebbe più utile alla causa dei Pistoni, trova il mio più completo consenso.
Direttamente da Coney Island, NYC, e dalle sue scalcinate stagioni ai Knicks, Stephon Marbury, "l'uomo che schiva le gocce di pioggia" (ma non il licenziamento da parte della coppia Walsh-D'Antoni) è finalmente (?????) approdato ai miei amati Celtics.
Che dire?
A dire (strano...)qualcosa e mettere le cose in chiaro ci ha pensato subito proprio lui, l'idolo dei playground newyorkesi che, intervistato a proposito, ha dichiarato che non fosse lecito da parte dei Knicks attendersi che lui da solo portasse una squadra mediocre ai playoffs, mentre in un contesto diverso, in una squadra vincente, lui stesso potrebbe fare molto bene e risultare decisivo alla vittoria finale... .
Vi convince? A me non tantissimo, considerando che in fondo a quelle stagioni vergognose ha contribuito pure lui...e non è che prima abbia vinto titoli a bizzeffe...: perdente? sfortunato?
Certo è che il GM Ainge nel tentativo di rafforzare una squadra che senza Posey e soprattutto (eh si...) PJ Brown, decisivo in finale, sembra aver perduto molto del suo smalto, costringendo i titolari a giocare molti minuti e logorarsi per non perdere il passo con le altre contenders, pagando puntualmente pegno quando qualcuno di loro ha patito stanchezza o infortuni, ha innescato un dispositivo ad alto potenziale che potrebbe esplodere quando atteso, a danno degli avversari, divenendo l’arma in più dei Celtics nei playoffs, oppure negativamente a danno degli stessi bianco verdi , minandone gli equilibri di spogliatoio tanto faticosamente raggiunti.
Credo sia lecito chiedersi se ne valesse la pena di rischiare e la mia risposta, è in definitiva si. Non so perchè, ma sono ottimista, benché se c’è un detrattore dell’egoismo sul campo di pallacanestro questo sono proprio io.
Vedo positivamente la scelta azzardata di Ainge, confidando nella personalità del trio Pierce-Allen-Garnett, che tanto di loro stessi hanno saputo sacrificare con successo alla causa comune, e che riusciranno penso a coinvolgere nella loro mentalità lo stesso Marbury, che di suo un po’ di fame dovrebbe averla, visto che a dispetto del talento cristallino e della paga esagerata non ha mai vinto né fatto vincere nulla di rilevante.
Ainge si è pure assicurato i servigi dell’ala forte Mikki Moore, che speriamo possa contribuire laddove al momento il dente duole, cioè sottocanestro, visto che i lunghi celtici, eccetto lo stesso “the Revolution” e Powe non sembrano da corsa nei playoffs.
In ogni caso in questo periodo, viste le disponibilità, non si poteva metter dentro di meglio e comunque restare come si era prima di questi due ingaggi non avrebbe portato al titolo in ogni i caso, vista la rosa ridotta dall'infortunio di T. Allen e le lacune di una panchina che proprio magnifica non è.
Se son rose... .
Ad ogni modo torniamo più veloci di un Concorde al di qua dell’Atlantico con un paio di considerazioni calcistiche.
Ormai da anni penso che il nostro Paese sia “malato di calcio” e che contemporaneamente il nostro calcio sia inguaribilmente malato di commistione con valori ed entità che hanno poco a che fare con lo sport : politica, doping, scommesse clandestine, potentati.
Buttandola sul sociologico, il calcio nostrano non sembra più uno sport, ma piuttosto un potente strumento di manipolazione sociale, che viene somministrato alla popolazione, gravata da mille problemi, che andrebbero affrontati seriamente e collettivamente, in tale quantità da distrarla e offrirle una valvola di sfogo a rabbia, frustrazione e quant'altro, per non parlare delle fabbrica di illusioni dei vari settori giovanili, che attraggono ragazzi come mosche con l'aspettativa di carriera, donne e facili guadagni, distogliendoli dallo studio, una sorta di "panem et circenses" post-imperiale, dove, mamcando il "panem", ci vengono offerti pero' i "circenses" ad ogni ora del giorno e della notte, che sia calcio o realities.
Ne ho avuto conferma da che vivo nel Regno Unito, dove lo sport sembra oggi nuovamente vissuto nella giusta dimensione un po’ da tutti, dai diretti protagonisti ai tifosi che, viste le misure di sicurezza contro gli atti violenti connessi allo sport, varate per mettere un freno al movimento degli "hooligans", ormai si trasformano in “hooligans”, fedeli in tutto e per tutto al loro famigerato clichet fatto di risse e ubriacature, solo quando mettono piede fuori dal Regno Unito, ma che tornati in patria si traformano in teneri e paciosi gattini da salotto.
I giornalisti sportivi sono uguali in ogni dove e però qui si sono ormai buttati sul mondano e scandalistico, e dei giocatori, più che cantarne i peana, tendono a rivelarne i gusti, inclinazioni e bravate, conoscendone vita, morte e miracoli, soprattutto sotto le lenzuola (se pure ce ne sono) e comunque all'ambiente, molto meno teso socialmente, mettono nel complesso una pressione nemmeno avvicinabile a quella dei nostri giornali e dei nostri media.
E non solo nel calcio ; il rugby, seguitissimo da questa parte della Manica, riceve una considerazione giornalistica importante ma piuttosto contenuta nei toni, solitamente molto “british” e intrisi di fair play.
La Formula 1, che conta come dappertutto legioni di appassionati, viene coperta dai media in modo abbastanza riproducibile a quello con cui viene trattata in Italia, tanto nei toni che nei contenuti, anche se ovviamente qui in UK hanno la meglio i fedelissimi delle “Silver Arrows” (freccie d'argento, come sono conosciute le McLaren-Mercedes) piuttosto che quelli del “Cavallino rampante” , ma il duello e’ assolutamente all’insegna del fair-play e le "Rosse" di Maranello sono rispettatissime e comunque molto apprezzate. Stesso di scorso per il tennis e il nuoto.
L’hockey su ghiaccio e’ abbastanza popolare da queste parti, specialmente nel nord dell’Inghilterra e in Scozia, e sono molte le squadre che partecipano al campionato nazionale.
Vale lo stesso per il cricket, che sui giornali viene trattato prima del basket...è davvero triste vedere il basket trattato tra gli altri sport e nemmeno con pari dignita’ , ma questo rispecchia la popolarita’ che il nostro sport ha tra la gente comune di qua : non mi e’ ancora capitato di guardare una partita della EBL (English Basketball League) ma mi dicono i beneinformati che il livello non sia irresistibile anche se legioni di americani hanno sollevato livello e interesse negli ultimi anni.
La NBA e’ presente in tv e sta lentamente prendendo piede : il servizio, curato solitamente da ITV5, comprende una gara in diretta, solitamente il martedì notte, non so dirvi se replicata in seguito, e uno speciale (la solita NBA action con annesso Courtside Countdown) ogni settimana.
D’altronde, se vi recate in un parco, come detto, vedrete i ragazzini giocare a tutto, meno che a basket. Anzi, nella maggior parte dei parchi non trovate nemmeno i canestri, non dico un campo, dove giocarci, a meno che, come me, non decidiate di trasformarvi in un segugio e scovarli a tutti i costi.
A proposito, ci eravamo lasciati appunto con la promessa che avrei visitato i parchi che mi erano stati indicati e vi avrei poi ragguagliato, e cosi’ sabato scorso, dopo aver messo ai piedi le mie Jordan 10 e l’abbigliamento adeguato e molto “playgroundeggiante” ma rispettoso della rigida temperatura del periodo, ho messo in macchina il fido strumento, leggi pallone in plastica Spalding dal “grip” ormai approssimativo, e via alla volta di Preston.
La mia macchina, una Mazda 6 grigia a benzina che ha piu’ anni di Matusalemme, piu’ miglia percorse di un cavaliere errante e una frizione che stacca piu’ in alto dell’Everest, per non parlare di un cambio tanto duro da fare invidia a quello di un camion da trasporto, rappresenta al contempo un rischio ed un investimento : pagata davvero poche lire (volevo dire sterline), il punto e’ capire se arrivera’ o meno al traguardo dei due anni, pero’ ho strappato con le unghie e coi denti una garanzia annuale che mi fa star tranquillo almeno per un po’ e in ogni caso spero di non ragguagliarvi al proposito per un bel po’ ancora.
La cosa bella della toponomastica inglese e’ che tutte le strade che escono da un centro abitato prendono il nome anziche’ da poeti, letterati, politici e quant’altro, come da noi, molto piu’ utilmente dal centro abitato verso cui sono diretti, cosi’ anche uno perfettamente ignorante dei luoghi come me, capisce che se vuole andare a Preston, la Preston Road lo portera’ certo a destinazione.
La vittoria della praticità’ sulla poesia : God save the Queen !
Quando arrivate a Preston, per giungere al Ribbleton Park, non dovete far altro che proseguire diritti, una volta entrati nel centro abitato, superare la rotonda che permette di dirigersi a destra verso la Blackpool Road (che porta a....indovinate? facilissimo, Blackpool...), prendere la seconda a destra (l’indicazione per il parco è ben visibile) e vi trovate nel parcheggio all’ingresso di questo piccolo parco, devo dire neppure molto pulito, pieno di cartacce e ferrivecchi sparsi qua e là : prima volta che mi capita di vedere un tale degrado...mah, si vede che non è tutt'oro quel che luccica.
Oltre alla solita teoria di campi da calcio affiancati, stranamente mancano quelli da rugby, si possono vedere panchine, fontanelle, giochi per bambini e....uno spiazzo recintato all-interno del quale vi sono due paia di canestri !!! Bingo !
Il playground però non è proprio spettacolare, in linea col resto del parco ; i canestri sono completamente deserti e pure malmessi : mancano le retine, i ferri sono storti ed uno è visibilmente più basso dell’altro.
Non faccio a tempo a togliermi un paio di strati di vestiti di dosso e fare qualche tiro che inizia a piovere in maniera abbastanza decisa...strano per queste zone, che piova... .
Non mi faccio prendere dallo sconforto e decido di riprovare la mattina seguente, aspettando a disperarmi se anche l’indomani il tempo sara’ cosi’ inclemente e per consolarmi niente di meglio che passare la serata al cinema, la mia seconda grande passione e di cui magari vi parlero’ piu’ a lungo in seguito. Danno un bel film con Brad Pitt, il cui titolo mi sfugge, che impersona uno strano personaggio che nasce vecchio e ringiovanisce man mano che passa il tempo...: bello, anche se un pò triste.
La mattina dopo, fedele alla consegna che mi sono dato, riparto per Preston in pieno assetto da gioco e in meno di mezzora mi trovo dinanzi quella rotonda dove, andando dritto e poi a destra ero giunto ieri al Ribbleton Park che, per quel che posso vedere dall’auto, sembra affollatissimo, perché vi si stanno svolgendo in contemporanea tre partite di calcio, a cui assistono non meno di due o trecento anime congelate (meno 1 anche stamane, ma cielo sereno e un bel sole che promette di riscaldare presto la zona).
Però stavolta il mio obiettivo è il Moor Park e così a quella stessa rotonda giro a destra e imbocco Blackpool Road. La percorro per un lungo tratto e il parco mi compare sulla sinistra, coi soliti campi di calcio, anche qui affollatissimi, un simpatico laghetto con le anatre, panchine tutto attorno e un osservatorio astronomico in miniatura, che mi spiegano poi fare parte delle strutture universitarie locali (University of Central LANcashire, UCLAN).
Giro in Gastang Road dove finalmente raggiungo un parcheggio e subito là, dinanzi ai miei occhi, si parano tre campi, per un totale di sei canestri, tutti siti in uno spazio recintato che fa tanto “The Cage” ma a differenza dell’originale nella Grande Mela, questa gabbia qui appare tutt’altro che “cattiva”.
Vi stanno giocando un pigro tre contro tre dei ragazzini che, dall’aspetto devono avere un 16-17 anni : sono tutti bianchi, tranne un ragazzo che sembra indiano, alto e snello, e un asiatico, tozzo e sicuramente già adulto, che sembra non far parte della loro combriccola.
Siede a far da spettatore un ragazzo nero come il carbone e dall’aria pigra e assonnata, che ascolta musica da una riproduttore che ha in tasca.
Nessun “radione”, nessuna “posse” di vivaci” homiez”, pronti ad enfatizzare le gesta dei giocatori, né tantomeno il clima “win or die trying” dei playground americani più famosi : l’aria è più simile a quella di un playground italiano di mia conoscenza, dove però il livello è spesso ben più alto che in questo.
Mi confesso un po’ deluso da questa “ambientazione”, ma penso subito che siamo in U.K., mica in U.S.A. e questa e’ Preston, mica a New York : cosa mi aspettavo, il Rucker Park !?
Decido perciò saggiamente di non sottilizzare e siccome la voglia di giocare è tantissima, di divertirmi come meglio posso.
Prendo possesso della meta’ campo vicina a quella dove sono i ragazzi, che intanto hanno apparentemente finito la partita e sono intenti a riposarsi e dissetarsi, e comincio a scaldarmi con qualche tiro.
E’ il ragazzo di colore che stava fuori che, evidentemente stufo di stare a guardare e deciso a giocare anche lui, mi propone di giocare a mia volta, se non altro per “apparecchiare” un quattro contro quattro e non rimanere fuori ancora.
Mi dice di chiamarsi Stevie e mi presenta gli altri amici. Fatte le presentazioni, io mi unisco ad uno dei due terzetti e Stevie all’altro.
I ragazzi, che giocano tutti a basket, mi dicono, a scuola o per i Preston Pride, mostrano di avere ancora molto da imparare, tranne l'asiatico e un paio di loro, e il livello risulta contestualmente non elevatissimo, ma neppure sottoterra perche’ la sfida presto si anima in seguito ad una scommessa con in palio coca cola offerta dal team perdente e cosi’ , almeno agonisticamente, il livello sale di colpo, perche’ ragazzi non si risparmiano ed io, ormai in astinenza da playground conclamata, do fondo a tutte le energie disponibili edopo 4 avvincenti partite ai 31 punti, la mia squadra vince coca e serie per tre partite ad una.
Mentre ci riposiamo seduti fuori del "Tesco Express" (piccolo supermarket di una delle catene più importanti in UK), dove sono state acquistate le bevande per vincitori e vinti, uno dei ragazzi mi spiega che al sabato il playground e’ generalmente piu’ affollato, ma giocano a calcio a 5 in trasversale (e ti pareva?! ci sono effettivamente due porte alle estremità della "gabbia" che non avevo notato in principio), ma d'estate si possono giocare discreti playground e ci sono molti adulti, ma fanno giocare pure i ragazzi come loro senza problemi.
Dopo un paio di immancabili chiacchiera circa la stagione NBA e i giocatori preferiti, e almeno da questo punto di vista i ragazzi dimostrano di essere all’altezza, snocciolando nomi, cifre e pepati giudizi come piace a me, ci salutiamo dandoci appuntamento al week-end successivo, tempo permettendo.
Così finisce il mio primo playground britannico ; finalmente I GOT GAME , magari in un senso diverso dalla canzone dei Public Enemy o dal film con Ray Allen, ma non importa perchè è stato bello poterlo giocare, al di là del livello dei partecipanti, me compreso : mi sono divertito passando una giornata all'aria aperta a praticare lo sport più bello del mondo.
Non è poco !
Così finisce anche questo mio secondo intervento dal Lancashire.
Non so quando torneremo a sentirci perchè le prossime settimane lavorative saranno infuocate, ma cercherò di scrivervi qualcosa in ogni caso.
Per intanto vi saluto tutti !
TAKE CARE FELLAZ !
CELTICS PRIDE FOREVER !
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