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Play.it USA

Categoria: Editoriale

2010 – L'Anno del Cont(r)atto

Categorie: Editoriale
Autore: Max Giordan
Published on 19.02.10

Se la trade deadline NBA doveva chiarirci le idee in vista dell'Armageddon del prossimo giugno, immagino che molti di voi siano rimasti in parte sorpresi, e in parte delusi.

E' la stessa sensazione che si prova dopo un nuovo episodio di Lost: si scoprono cose che non avremmo mai immaginato, e che ci danno l'illusione di capire, ma alla fine della puntata abbiamo più dubbi rispetto a quando è iniziata.

Come nel famoso telefilm, anche nel mondo NBA si muovono dozzine di soggetti (franchigie, agenti, giocatori) che hanno spesso obiettivi differenti: c'è chi vuole rinforzarsi per vincere subito (Dallas, Cleveland), chi pensa a risparmiare adesso per sperperare questa estate (New York), chi pensa a risparmiare e basta (Clippers, Sacramento), chi a rifondare (Washington).

E' questo che negli ultimi anni ha complicato, e di molto, la comprensione del mercato NBA: non tutte le squadre si muovono dietro agli stessi obiettivi, e nonostante il salary cap sono sempre i soliti a comprare e i soliti a vendere.

A rendere più intricato il tutto c'è anche chi ha i soldi, ma finora ha venduto perchè non vuole spendere adesso, ma questa estate.

Come promemoria, vi copio-incollo alcuni nomi di giocatori che in giugno saranno totalmente liberi di accasarsi dove meglio ritengono:

- Lebron James
- Dwyane Wade
- Chris Bosh
- Joe Johnson
- Amare Stoudemire
- David Lee
- Carlos Boozer
- Ray Allen
- Ray Felton
- Luis Scola
- Tracy McGrady
- Marcus Camby
- Jermaine O'Neal
- Al Harrington
- Manu Ginobili
- Josh Howard
- Brad Miller
- Shaq O'Neal
- Drew Gooden

Seguo l'NBA da più di 20 anni ma sinceramente non ricordo un'altra estate con così tanto talento sul mercato, e non parlo solo dei Top5 di questo elenco. Con un miliardario russo con un conto in banca ben fornito, anche i Nets potrebbero diventare una contender - oops!

Tutto questo cosa significa?
Significa che questa seconda parte di stagione avrà un senso per un numero limitato di franchigie, diciamo non più di 8-10, quelle con ambizioni non solo di Playoffs, ma di passare almeno un turno.

Non è il massimo dover giocare altri 2 mesi con mezza lega che fa esperimenti con roster di “precari” e pensa già all'estate, ma giusto un paio di spunti io ce li vedrei comunque, in attesa dei Playoffs.

- Jamison era l'uomo giusto per Cleveland?
Si, ma solo perchè per Stoudemire i Suns chiedevano la luna.

- Orlando, Boston e Atlanta hanno qualche chance di dare fastidio al Re nei Playoffs?
No way.

- Denver, Dallas e San Antonio possono infastidire i Lakers a Ovest?
Si, potranno a essere a seconda dei casi dei mosconi o dei calabroni, ma finchè l'insetticida-Kobe sarà in grado di scendere in campo, i tifosi non giallo-viola si facciano pure poche illusioni.

- Artest può limitare Lebron in una serie al meglio delle 7?
Si, qualcosa può fare. Ma quest'anno il Re è molto meno solo dell'anno scorso, specialmente in attacco. Se il supporting cast non lo abbandona, il Mamba e lo spagnolo avranno le mani piene, specialmente nel reggere fisicamente contro un roster mostruoso anche per centimetri e chili (Shaq, Lebron, Varejao, Hickson, Parker...)

Insomma, il 2010 sarà anche ricordato come l'Anno del Cont(r)atto, ma fino a fine giugno, vi dispiace tanto se mi concentro sulle partite, che a parlare di dollari (altrui) avremo tempo tutta l'estate?



L'atto finale della NFL

Categorie: Editoriale
Autore: Alessandro Santini
Published on 07.01.10

Undici partite e dodici squadre rimaste, il mese decisivo della National Football League è cominciato nel primo week end del nuovo anno in una Week 17 che ha definito gli ultimi dettagli che precedono la grande abbuffata.

Il posto nel “tabellone” dei playoff e le ultime due tessere mancanti della Afc (Baltimore e New York) si sono sistemati all'alba del 2010 ed ora, tra neve e bufere, il clima comincia a scaldarsi come in pochi altri periodi dell'anno.

L'America del football non è mai ferma, nella notte si decide il campionato universitario, tra i professionisti molti coach cominciano a saltare, tra assistenti e allenatori capo, in quelle squadre che la postseason la seguiranno dal salotto di casa e che hanno già messo piede in off season.

Non è tempo di parlare di draft e free agency, non ancora. Non è nemmeno già tempo di discutere di contratto collettivo e del concreto rischio di vedere saltare per intero la stagione 2011, assieme a tutte quelle regole blindate che hanno reso la Nfl una delle migliori realtà di organizzazione sportiva del mondo (leggasi, in primis, salary cap).

Prima ci sono ancora 660 minuti di football da giocare, un campione da elegge, un anello da consegnare per scrivere una storia che nessuno cancellerà più. Mancano grandi nomi, tra fallimenti illustri e disastri annunciati, mancano, soprattutto, le ultime due squadre squadre ad aver fatto proprio il Vince Lombardi Trophy. Non ci saranno i NY Giants, naufragati dopo un avvio esaltante, né i Pittsburgh Steelers, campioni in carica che contro squadre di basso livello hanno lasciato troppi punti fondamentali. Ma è giusto occuparsi di chi ci sarà, di chi ritorna sul palcoscenico più atteso e di chi potrà dare la caccia a un posto nell'albo d'oro più prestigioso.

Da una parte c'è la solita Philadelphia, c'è il ritorno di “nonno” Brett Favre con i nuovi colori gialloviola di Minnesota, ci sono i New Orleans Saints dall'attacco devastante e una Dallas che finalmente si scrolla di dosso i timori di dicembre e, chissà, forse anche quelli di una vittoria ai playoff che manca dal 1996.

Ci saranno, di nuovo, gli Arizona Cardinals, giunti un anno fa a 12 secondi da un titolo poi “scippato” da Ben Roethlisberger e Santonio Holmes, e ci saranno con un altro “nonno” della Lega, quel Kurt Warner che pare avere più vite di un gatto.

Ci sono poi i Green Bay Packers, mina vagante ed indecifrabile squadra che dopo un avvio turbolento sembra aver trovato la quadratura del cerchio per potersela giocare con tutti mentre il pubblico di casa comincia ad amare Aaron Rodgers più che mai, riuscendo così a rendere forse meno amaro l'addio di Favre e il suo passaggio ai rivali Vikings.

Dall'altra parte non poteva mancare Indianapolis che sembra aver rinunciato ad una stagione perfetta tirando il freno nelle ultime due gare, fermandosi a 14-2 e sperando così di poter essere più fresca nel momento caldo della stagione.

Con il #2 i loro avversari forse più temibili, quei San Diego Chargers che nelle ultime stagioni hanno spesso dato troppo filo da torcere a Peyton Manning e soci e che hanno una striscia aperta di 11 vittorie. Ultima sconfitta con Denver, il 19 ottobre scorso, che lasciava i Bolts 2-3 e indicava la via del fallimento mentre i Broncos sembravano poter dominare.

Poi, come sappiamo, tutto si è capovolto. Sabato e domenica sarà però tempo di Wild Card e quindi di Cincinnati e NY Jets, due squadre inattese a questo punto dell'anno con i Bengals addirittura campioni divisionali.

Baltimore e New England accenderanno i riflettori della sfida probabilmente più interessante del week end; tralasciando la rivalità tra Dallas e Phila in Nfc, sembra infatti questa la partita che può offrire i maggiori spunti di interesse tattico.

I Pats hanno perso Wes Welker per infortunio, ma tornano sul palcoscenico dei playoff dopo un anno di assenza grazie anche al rientro di Tom Brady che aveva saltato tutto il 2008 (ed è stato eletto "Comeback player of the year"). I Ravens hanno vissuto una stagione travagliata, fatta di tanti alti e bassi ma che alla fine ha portato il risultato sperato, anche grazie alle cadute di Pittsburgh a cui accennavamo poco fa e al fallimento di Tennessee, partita con un secco 0-7 prima di risvegliarsi e capire che ormai era troppo tardi.

Mancherà così all'appello di questi playoff Chris Johnson, sesto giocatore nella storia a correre più di 2000 yard in una stagione (2006 per la precisione, quinto risultato di sempre davanti alle 2003 di OJ Simpson). Tra sabato e domenica altra curiosità statistica che prende forma, con tre partite identiche che si giocano a una settimana di distanza. Non era mai accaduto e, per la prima volta, è avvenuto con un tris secco.

Non una sfida della Week 17, ma ben tre, saranno identiche nel Wild Card week end: Cincinnati-New York, Dallas-Philadelphia, Arizona-Green Bay. E' scontato pensare che il campo, stavolta, metterà in evidenza altri fattori, altri risultati ed altri esiti finali, perché queste partite diranno tutto, daranno i nomi di chi andrà avanti e di chi dirà subito addio al Sogno, quello con la maiuscola. In una parola, queste partite contano. Più di ogni altra.

Aspettiamoci i soliti playoff quindi, un campionato che spesso sembra altro pianeta rispetto a quanto visto nei quattro mesi precedenti.

Stessi protagonisti, alcuni nuovi, ma soprattutto altri numeri e altri vincitori, nella giostra del dentro-fuori che, alla fine, farà uscire un solo nome, l'unico che poi verrà ricordato per sempre.

L'unico che apparterà ai soli che potranno gioire mentre tutto il resto del pianeta Nfl ricomincerà a sognare una nuova stagione, una nuova impresa, una nuova corsa verso il titolo.



Bentornata NBA !

Categorie: Editoriale
Autore: Max Giordan
Published on 27.10.09

Si ricomincia. Finalmente.
La NBA ritorna questa sera con 4 partite scoppiettanti: il derby di L.A. - purtroppo senza il rookie meraviglia Griffin, già fermo per infortunio – la sfida di 2 giovani squadre emergenti dell’Ovest come Portland e Houston, gli ambizioni Mavs di Cuban contro gli Wizards del redivivo (chissa poi quanto) Arenas, e soprattutto con il big match dell’Est fra due delle favorite al titolo, Cleveland e Boston.

L’NBA 2009 2010 ad una prima occhiata si presenta in blocchi ben definiti: le squadre che possono spendere, che in estate si sono tutte rinforzate (e non poco: Cavs, Lakers, Orlando, San Antonio, Boston, Dallas), le squadre senza ambizioni nè nel breve nè nel lungo periodo (Kings, Grizzlies, Wolves, Warriors, Bucks) e infine un gruppone di squadre con qualche ambizione ma senza reali speranze di giocarsela davvero per il titolo.

Ovviamente i prossimi mesi saranno tutti incentrati sulla sfida a distanza fra le coppie Lebron-Shaq e Kobe-Artest, con occasionali intrusioni delle altre contender, ma i motivi di interesse di questa stagione non sono solo questi: c’è grande attesa per la coppia di italiani esportati a Toronto, che possono fare bene finalmente con ruoli di responsabilità, come pure c’è una grande aspettativa intorno ai Bulls e ai Thunders, squadre giovani, ricche di talento e costruite con raziocinio, che qualcosa di buono hanno già mostrato ma che sono attese al grande salto di qualità, e non sarà facile.

E poi ancora, in ordine sparso: i nuovi Knicks di D’Antoni, il nuovo Stoudemire, i nuovi Blazers di Miller e di un Odem dato in gran forma.

Insomma, la tavola è apparecchiata, il digiuno sta per terminare.
E voi chi vedete bene in questa annata NBA 2009 2010?
Buon divertimento, insomma, come sempre in nostra compagnia!



Michael Jordan e la Hall of Fame

Categorie: Editoriale
Autore: Max Giordan
Published on 14.09.09

“Michael Jordan nella Hall of Fame? Perchè, non c’era già?”

E’ solo uno dei tanti commenti del genere che ho letto in questi giorni, in cui l’astinenza da NBA comincia a farsi sentire e si ha il tempo dunque per soffermarsi anche su notizie che riguardano le cosiddette “vecchie glorie”.

In effetti, come molti tifosi e appassionati hanno fatto notare, l’ingresso di M.J. nell’Arca della Gloria di Springfield, Massachusetts non è neanche una formalità: usando un termine giuridico, è un atto dovuto.

Michael infatti si è costruito la sua personale arca di gloria già nel corso della sua carriera, una marcia trionfale fatta di balzi prodigiosi, statistiche irreali, partite epiche e, a partire dal 1991 una sinfonia ininterrotta di vittorie contro tutti i migliori giocatori della sua epoca: Magic, Clyde Drexler, Charles Barkley, Shawn Kemp, John Stockton e Karl Malone – per non parlare delle epiche sfide ad Est contro i Bad Boys prima, ed i picchiatori di Pat Riley dopo...

Ma l’incredibile successo di Jordan non è stato soltanto sportivo: grazie a lui, alle Sue scarpe, al Suo marchio, l’NBA è arrivata davvero in ogni angolo del pianeta, in ogni casa del mondo.

Grazie alla sua fama, ingigantita, se mai ce ne fosse stato bisogno, dall’avvento del Dream Team originale del 1992 – in compagnia guarda caso di John Stockton e David Robinson, fra gli altri – il basket professionistico americano ha vissuto probabilmente il suo momento di maggior splendore, di maggior classe, l’inizio del “Basketball without borders” che continua ad espandersi ancora oggi, anno dopo anno.

Per quelli della mia generazione, non c’è neanche bisogno di spendere tante parole: l’era Jordan l’abbiamo vissuta come un sogno, una visione, un evento storico in divenire.

Per i giovani che non hanno avuto la fortuna e il privilegio di vivere in diretta l’epopea di Michael, posso dire questo: a differenza dei grandi campioni di oggi (i Kobe, i Duncan, gli Shaq) che alternativamente vincono o perdono a seconda del supporto che riescono a ricevere dai propri compagni di squadra, Jordan quando raggiunse la piena maturazione come giocatore non permise più a nessuno di batterlo in una partita decisiva.

Il suo sguardo, la sua feroce determinazione, il suo inestinguibile desiderio di vincere lo collocano un gradino sopra tutti i giocatori della storia NBA per un semplice motivo: è stato l’unico giocatore a dare l’impressione di poter decidere da solo del proprio destino, di poter vincere – di squadra o da solista – semplicemente con la sua pura forza di volontà.



Tutto il football del mondo

Categorie: Editoriale
Autore: Alessandro Santini
Published on 05.09.09

E' passato poco più di un anno, era aprile 2008, e proprio in questo spazio di Play.It arrivava in anteprima la notizia dell'avvento di Nasn in Italia. Il canale in lingua originale che avrebbe riportato sui televisori italiani la Nhl, la Mlb, il college football e tanto college basket. Quell'articolo produsse anche reazioni non proprio gradite in qualche ufficio di Sky, forse perché giunto troppo presto, forse non ci eravamo attivati nel modo giusto. La brutta notizia fu che sul canale 213 di Sky Sport non avremmo potuto seguire la Nfl, finita in esclusiva su Rai Sport Più e andata in onda su un palinsesto travagliato con una infinità di problemi per i telespettatori.

La notte dello scorso Super Bowl Nasn diveniva Espn America (EA) dopo che il più grande gruppo di intrattenimento televisivo a livello di sport ne aveva acquisito la proprietà. Era nell'aria, la logica espansionistica del colosso americano comincia in Inghilterra, dove ci sarà anche molto calcio, ma la notizia di questi giorni, che riguarda anche l'Italia, soprattutto l'Italia, è di quelle che spingono a festeggiare tutti gli appassionati.

Nel lungo week end durante il quale EA riaccende i riflettori sulla prima giornata di college football (al via giovedì scorso) la notizia, stavolta diretta anteprima degli amici di Endzone, è che riavremo anche la Nfl su Sky, proprio su quel canale 213 che da un anno e mezzo riempie il palinsesto di baseball e hockey su ghiaccio. Una notizia che, da sola, varrebbe già la miglior copertura di sempre per il football in Italia. Tanta Ncaa e tanta Nfl. Ma EA non è sola e questa forse è la più grande (e migliore) delle novità.

La corsa dei Florida Gators di Tim Tebow, candidati a mettere in bacheca il secondo sigillo consecutivo di campioni nazionali si sdoppierà tra le trasmissioni di approfondimento e le partite trasmesse da EA con la conferma che, come nel 2008, anche Sky Sport trasmetterà molte gare, commentate in italiano ed in alta definizione. Non bastasse Eurosport 2 manderà in onda una partita alla settimana di squadre della Big Ten Conference, anche qua in italiano, con Andrea Campagna prima voce al commento che molti di voi ricorderanno ai microfoni dell'Arena Football League.

Tutto qua? Assolutamente no. Rai Sport Più torna con le sue due partite settimanali (il MNF in differita al martedì) consolidando la coppia in cabina Valerio Iafrate e Roberto Gotta. La grande novità è poi rappresentata da Dahlia Tv, canale visibile sul digitale terrestre e sulla nuova piattaforma Tivù Sat che permette di abbonarsi anche solo trimestralmente. Dahlia, con una squadra di telecronisti tutta italiana “capitanata” dal giornalista romano Antonio Maria Vergano, proporrà 4 gare la settimana di cui almeno tre (tutte la domenica comprensive di SNF) in diretta.

EA, dal canto suo, ha in programma 4 partite almeno ad ogni week end (alle 19 alle 22 e SNF la domenica più MNF) alla quale aggiungerà i vari speciali (Thanksgiving Day, Thursday Night Football, partite del sabato in dicembre e chi più ne ha più ne metta). Sia Dahlia che EA, poi, trasmetteranno rubriche di approfondimento e highlights: da una parte gli americani, che manderanno in onda i programmi di Espn, dall'altra un contenitore appositamente studiato in Italia che mira a crescere nel tempo.

Insomma, il football quest'anno sarà sulle televisioni italiane come mai prima d'ora, lo vedranno gli abbonati Sky, ma anche chi non lo è grazie ai canali del DTT Dahlia e Rai Sport Più. I Playoff 2009 verranno coperti in modo “alternato” dalle trasmissioni in italiano, mentre EA li darà tutti in diretta. Super Bowl in diretta su tre (tre!) canali diversi: EA in inglese, Rai Sport Più in italiano e, confermato come nel 2008, su Rai Due in chiaro dove pochi mesi fa raggiunse un pubblico davvero numeroso.

Ovviamente chi non si sente soddisfatto o abbastanza tutelato da queste offerte può sempre ricorrere all'ormai imprescindibile (per i fanatici) Game Pass HD di Nfl.com, che costa sì 170 euro ma permette di vedere tutte (ma proprio tutte) le partite del campionato Nfl e che quest'anno si è arricchito della continua trasmissione dei programmi di Nfl Network e continuerà a riempire il proprio spazio di speciali e approfondimenti. Con una piccola aggiunta di denaro a gennaio (30 dollari) ecco che magicamente spunteranno i playoff e verrà mantenuto “vivo” l'archivio delle gare già giocate, compresa tutta la stagione 2008. Soddisfatti?

Facendo due conti sul palinsesto di EA del primo week end Nfl Sky supererà, come numero di partite trasmesse, la Serie A, evento assolutamente impensabile anche solo due mesi fa. Due giorni fa. Un grande passo avanti a cui non si sottrae quanto arrivato in precedenza, la Nhl e la Mlb già citate, il college basket, le Frozen Four di hockey universitario e, ovviamente, la Nba.

Play.It in tutto questo cosa farà? Quello che ha sempre cercato di fare, dare copertura con il proprio impegno e la propria passione alla pale ovale. La redazione football è pronta (anzi, è già partita da un po' con le preview stagionali) ad approfondire, commentare, aprire spazi a dibattiti e critiche, sul forum tanto quanto nei commenti agli articoli. E non ci saranno solo il sito di riferimento e il forum (che contiene tra l'altro uno spazio costantemente aggiornato su “come vedere la Nfl” in TV), ma anche i tanti blog che sono nati e cresciuti negli ultimi mesi, a cui se ne aggiungeranno altri. Eccoli: Third and long, commenti e pensieri sparsi sul football americano, Draft Times, che presto ripartirà per seguire l'avvicinamento al Draft e alle scelte dei campioni del futuro, The Gold Rush, lo spazio per i tifosi dei San Francisco 49ers, From the sideline, il football secondo Mic, l'infaticabile uomo che aggiorna le nostre news in homepage, Purple Mood, per chi solo i Ravens in testa e Rites of Autumn, un o sguardo a 360° sul football. Ne arriveranno altri, sicuro un angolo sui Chicago Bears ad esempio.

Finita qua? Neanche per idea, è già in vendita da un po' di tempo la preview stagionale dei forumisti di Play.It in vendita su Lulu.com che, dopo l'esperimento del 2008, hanno deciso di riprovarci offrendo una guida a chi con l'inglese litiga ancora molto. E la radio, sì, la radio, che lo scorso anno cominciò con le radiocronache in diretta tra un gruppo di ragazzi che volevano divertirsi e ha seguito tutta la off season con rubriche da non prendere troppo sul serio per farsi due risate col football. Il 2009 sarà pieno di novità anche in questo senso, con una radio sul web che segue non solo il football ed è raggiungibile sul sito di Radio Play.It.

Insomma, instancabili sognatori amanti del campo lungo 100 yard (120 in realtà) e di quelle cose strane che piacciono tanto dall'altra parte dell'oceano e che vengono spesso chiamati sport americani, come se una mazza e una pallina potessero utilizzarle solo loro. In realtà è solo sport, giocato ai massimi livelli e in ambienti che ancora oggi ci fanno sognare.

Voi, noi, Play.It, il web, la televisione. Il football sta arrivando, i ragazzi hanno cominciato, gli adulti calceranno il kick off giovedì notte. L'autunno è alle porte e come ogni anno porta con sé il più grande spettacolo del mondo. E' solo football ragazzi, ma è una cosa tremendamente importante.

Buon divertimento.



I 50 anni di Magic

Categorie: Editoriale
Autore: Max Giordan
Published on 16.08.09

Ricordarmi dei compleanni non è mai stato il mio forte, lo ammetto.
E' per questo che trovare sui siti americani, in questi giorni, il faccione sorridente di Magic Johnson e la notizia del suo cinquantesimo compleanno mi ha sorpreso, quasi imbarazzato, come succede appunto quando realizzi di aver dimenticato di fare gli auguri ad un vecchio amico, al quale non pensavi più da parecchio tempo.

Ovviamente le 50 candeline appena spente dal Re dello Show Time hanno un sapore particolare: circa 18 anni fa, il 7 novembre 1991, Magic Johnson annunciò al mondo la sua sieropositività.

All'epoca avevo 18 anni e frequentavo l'ultimo anno delle superiori.
Non esisteva Internet e non esistevano i cellulari (ed incredibilmente, vivevamo lo stesso: certo, quando conoscevi una ragazza potevi al massimo chiederle il numero di casa, al quale rispondevano puntualmente il padre o la madre... altri tempi), e per seguire la NBA si facevano i salti mortali: abbonamento a Tele+ per usufruire di 1 partita a settimana e ogni martedì in edicola per imparare a memoria una settimana di statistiche NBA pubblicate nelle pagine centrali di SuperBasket.

La notizia della sieropositività di Magic, tuttavia, fece il giro del mondo e venne riportata perfino dal telegiornale Rai del mattino: che io non vedevo mai, ovviamente. Avevo già seri problemi a tirarmi giù dal letto, vestirmi e trascinarmi alla fermata del bus.

Quel giorno quando scesi, come sempre, alla fermata vicino alla mia scuola, c'era ad aspettarmi il mio amico Giorgio, l'unica persona della mia cerchia di amici e conoscenti col quale potessi parlare di NBA. All'epoca giocavo a basket in una squadra giovanile della mia città, ma nessuno dei miei compagni seguiva la NBA: troppo complicato. Erano tutti tifosi di squadre della serie A italiana, che veniva trasmessa sulla Rai, e di cui potevi leggere notizie anche sulla Gazzetta dello Sport.

Giorgio era lì, e mi fissava con una faccia da funerale.
“La sai la notizia?”
“Che notizia?”
“Magic Johnson ha l'AIDS”
“Figurati, avrai capito male”
“No, l'ha detto il Tg stamattina, se lo dicono alla Rai dev'essere per forza una cosa grave”.

Per chi non ha avuto la fortuna di vivere dal vivo l'era di Magic Johnson e dello Show Time, è difficile capire oggi l'emozione che suscita questo signore di 50 anni, con un faccione allegro ma un po' goffo, un po' grasso.

Nei suoi anni migliori, Magic è stato il volto della NBA nel mondo, il sorriso che ha fatto conoscere ovunque questo fantastico sport, alcuni anni prima che arrivasse Michael Jordan a farlo decollare definitivamente nell'immaginario collettivo del pianeta.

Magic è stato IL predestinato, altro che Lebron.
Come si potrebbe definire altrimenti un playmaker di 2.06, capace di vincere, in 2 anni consecutivi, titolo NCAA col premio di MVP e titolo NBA col premio di MVP delle Finali?
Per non parlare dei 5 anelli e 3 titoli di MVP stagionali...

Magic è stato Il Predestinato perchè da subito vincente, da subito esempio positivo di giocatore altruista, completo, trascinatore e coinvolgente col suo sorriso e coi suoi passaggi no look.

Magic è ancora oggi la pietra di paragone per tutti i giocatori sopra i 2 metri con buone doti di passatore. Alcuni giovani rookie sono stati spesso paragonati a lui per la loro statura e la loro attitudine al passaggio: Steve Smith, Anfernee Hardaway, Antoine Walker, Lebron James.

Un paragone che è durato il tempo di una notte, o poco più.
Dopo la prima partita NBA di questi giocatori, e di tanti altri, si è capito subito che con Magic Johnson non c'entravano niente. Erano bravi, alcuni bravissimi, ma a modo loro.

Magic era Magic.
Era un vero playmaker, che vedeva e capiva il gioco prima che accadesse, che poteva fare 30 punti, o 20 assist, o 15 rimbalzi, a seconda delle necessità della squadra.
Che poteva giocare ala grande, o anche centro se fosse servito, anche al livello più alto possibile, come nella Gara 6 della sua prima finale NBA, nella stagione da rookie, quando sostituì l'infortunato Kareem Abdul Jabbar realizzando quarantadue punti.
Che poteva fare tutto questo non grazie ai suoi balzi poderosi, o al suo fisico da carro armato.
Ma solo perchè era un Predestinato, e chi è predestinato sa fare tutto, non si lamenta, non pretende rinforzi, non ricatta la sua società, ma con umiltà si mette al servizio dei suoi compagni per aiutarli a rendere al meglio.

Con un sorriso.



Un momento per riflettere

Categorie: Editoriale
Autore: Dave Lavarra
Published on 13.07.09

L’aspetto, a mio avviso, più bello degli sport americani, è che non esiste un attimo di tregua. Contrariamente a quanto accade in Italia, dove il vuoto estivo è a dir poco demoralizzante, negli Stati Uniti ogni mese è coperto da uno sport professionistico maggiore: l’autunno ed i primi segni dell’inverno sono dominati dal football, novembre dà il via allo spettacolo della Nba, quando la Nhl è già attiva, e quando terminano i playoffs di queste due leghe c’è sempre il buon vecchio national passtime, il baseball, che marchia l’estate americana di almeno un evento competitivo, scorrendo piacevolmente fino a sovrapporsi al nuovo inizio del football.

Non c’è tempo per pensare troppo, le stagioni si archiviano con una velocità impressionante, i trofei vengono assegnati ed il mercato, negli ultimi anni protagonista almeno tanto quanto l’evento del campionato, apre la caccia alle chiacchiere su chi sarà la corazzata da battere in vista dell’annata ventura.

Gli avvenimenti sono frenetici, e la cosa positiva è che c’è sempre qualcosa da approfondire, un risultato da leggere il mattino seguente, un notiziario da guardare per sapere cos’è successo al di là di quell’oceano che separa i nostri sogni di appassionati italiani da una realtà tutta a stelle e strisce.

Purtroppo, le notizie non sono sempre belle.

Quella della recente scomparsa di Steve “Air” McNair, ex quarterback dei Tennessee Titans (e per un anno, dei Baltimore Ravens), approdato in franchigia quando ancora essa era legata agli spiccioli di esistenza degli Houston Oilers, va purtroppo a sommarsi ad altre notizie simili già sentite in passato, ad incolonnarsi nella casella di tutte quelle tragedie cui non vorremmo mai essere stati passivi partecipanti, ad aumentare un senso di sgomento che accentua il vero valore che ha per chi lo segue, un determinato sport praticato così distante dal luogo in cui si è nati.

E’ un senso il cui sapore amaro può essere benissimo riconosciuto al primo boccone, in quanto già fattoci inghiottire dal tragico incidente automobilistico di Drazen Petrovic e dalla resa del cuore di Reggie Lewis, dalla rabbia provata nei confronti di quel dannato ubriaco che, andando in contromano, tolse la vita a Malik Sealy, e, tornando al football, dal tragico epilogo della vicenda Darrent Williams, giovane cornerback dei Denver Broncos crivellato di colpi e perito all’interno di una limousine, tra le gambe di un suo compagno di squadra, nonché dalla non meno agghiacciante fine di Sean Taylor, safety dei Washington Redskins vittima di un’intrusione nella propria abitazione, la cui agonia nel lettino di ospedale non fece che prolungare il dolore provato.

Se i primi episodi citati possono essere relazionati alla fatalità, al destino, o come lo vogliamo chiamare, gli ultimi fanno parte di una triste realtà che, di tanto in tanto, offusca una bellezza intuibile appassionandosi ad un paese ed a una cultura come quelle statunitensi, così ideale e meravigliosi da raggiungere, ma anche così pieni di contraddizioni a volte fin troppo evidenti.

Basti pensare alla gestione della propria carriera, da parte di questi giovani, specialmente i ragazzi di colore, che troppo spesso approdano al professionismo senza sapere esattamente che fare dell’enorme quantità di denaro che viene loro versata per divertirsi, senza avere un’adeguata istruzione per via del fatto che, magari, qualcuno ha fatto un esame al posto loro per ammetterli al college, e senza avere il prezioso supporto di due genitori, dal momento che tantissimi di questi atleti hanno in comune il fatto di essere stati cresciuti dalla sola madre, o dalla nonna, e di avere individuato la figura paterna in una persona magari non adatta a quel ruolo.

Viene da pensare alla rigidità del nuovo regime Nfl, quello targato Roger Goodell, implacabile sceriffo che ha distribuito sospensioni a destra e manca nei riguardi di qualsiasi personaggio mettesse in discussione la credibilità e la signorilità (forse presunta) della lega da lui diretta, senza tuttavia riuscire a fermare un fenomeno di massa, quello dell’illegalità e della violenza, che trovano il loro apice quando le bocce sono ferme, nella offseason, quando i giocatori (non tutti, sia chiaro) hanno poco o niente da fare, se non scegliere qualche modo idiota di spendere i propri soldi, o di cercare comportamenti sconvenienti senza mai pensare alla conseguenza riflessa nel proprio status di celebrità, di personaggio famoso al pubblico, soggetto quindi alle mille attenzioni dei media, che presto fanno a dipingerne un quadro da cui a volte non si riesce più ad uscire indenni.

La morte di Steve McNair, pur non direttamente correlata con i concetti appena espressi, ha un minimo comune denominatore con gli episodi citati: rappresenta l’ennesima scomparsa di una persona ancora troppo giovane per andarsene da qui.

E’ l’ennesimo episodio dove la tragedia si porta via qualcuno che si pensava restasse qui per sempre, in quanto icona sportiva, fiero combattente sul campo di gioco, legame (almeno per chi scrive) con un’adolescenza vissuta idolatrando giocatori come lui, responsabili di pagine indelebili di storia Nfl, nonchè “vittima” (le virgolette paiono obbligatorie) di una delle ingiustizie sportive più grandi dello sport americano, rappresentato da quella mancata vittoria del Super Bowl per una questione di pochissimi centimetri.

E’ stato invece vittima (nel vero senso del termine, stavolta) di un altro omicidio insensato, sui cui motivi giacerà per sempre un grandissimo alone di mistero, e che genera un mucchio di domande a cui nessuno potrà mai rispondere.

Non resta che guardare ai fatti, che è l’unica cosa che resta: se ne va un altro grande, una persona che per la Tennessee sportiva è stato assolutamente un mito, che ha fatto moltissimo per aiutare la comunità e si è sempre mostrato più che disponibile ed accessibile al suo pubblico. McNair è un’altra vittima del sistema controverso, quello che concede pari opportunità a tutti, ma che ancora, nello specifico, permette l’acquisto di un’arma con troppa leggerezza.

Due immagini che stonano tremendamente tra loro, ed offuscano quel senso di felicità e benessere che ogni appassionato prova guardando una partita della sua disciplina preferita, sia essa rappresentata da una palla rotonda, ovale, o da un dischetto che schizza sul ghiaccio.

E visto che siamo in estate, tra un inning e l’altro, sarebbe bello che ognuno si prendesse una piccola pausa di riflessione, in attesa che quella sensazione di smarrimento, se ne vada via ancora una volta.

Arrivederci, caro Steve.



Michael !

Categorie: Editoriale
Autore: mookie
Published on 08.07.09

Quando sono nato, lui era già una star. Lo adoravo da bambino e sono cresciuto con la sua musica. Avevo pure il suo videogame! C'è sempre stato e mi sembra quasi irreale che non ci sia più.

L'etichetta di King of Pop non mi è mai piaciuta.
Così insipida, fredda e lontana dalla persona.
Ce ne saranno altri di King of Pop, perché ogni epoca ha il suo re. Eppure non ce ne saranno altri come lui.

Quasi gli preferisco il nomignolo un po' antipatico che gli hanno dato gli Americani, gente così semplice per cui lui non poteva che essere uno strambo, (wacko-) jacko appunto.*

Lui va detto che non ha mai fatto nulla per sfuggire all'apparire diverso. Da bambino prodigio a zombie ballerino, da nero a bianco. Uno che cammina sulla Luna e lo fa pure andando all'indietro!

Tra gli ultimi attimi di luce di una carriera accecante ma che da tempo si stava spegnendo, nel 1995 scrisse Stranger in Moscow, mettendo in parole e musica questo su estraneità al mondo che lo circonda e di cui la capitale russa non è che un occasionale esempio.
Lui, un alieno tra noi.

Di fatto da sempre un protagonista del mondo dello spettacolo, aveva un'infinità di amici nello star system, mondo dello sport compreso. Il 1991 è l'anno di Dangerous, l'album che contiene la famosissima Jam. Il video del brano (sua anche la regia del videoclip) è lo straordinario incontro tra i due extra-terrestri più amati: quello che balla con calzetti bianchi e mocassini neri e quello che vola con una palla in mano e la lingua fuori. Vedendo entrambi in azione è impossibile non domandarsi "ma come diavolo fanno"?

jam-michael-jackson-jordan

Cos'altro hanno in comune i due? Il fatto di eccellere nella loro arte.
A tal proposito mi torna in mente l'intervento telefonico di Kobe Bryant durante lo speciale che MTV ha dedicato alla scomparsa di Mr. Neverland. La star dei Lakers ha raccontato di come da lui abbia ricevuto uno dei più preziosi consigli: non temere il giudizio degli altri, se la passione ti spinge ad apparire un maniaco del tuo lavoro. Nello sport, nello spettacolo ed in qualsiasi altra professione l'attenzione scrupolosa per i dettagli e la ricerca della perfezione sono elementi che fanno la differenza.

Non è un caso che Kobe Bryant e Michael Jordan siano diventati dei grandi campioni, due tra i più straordinari casi di talento per il gioco unito ad una grande etica del lavoro.

Molti di voi di recente avranno visto il documentario che Spike Lee ha dedicato a Kobe Bryant, guarda caso dal titolo Kobe doin' work. Sempre il regista di Brooklyn aveva già posto l'enfasi sulla dedizione che contraddistingue i Grandi in una delle mie scene preferite di He got game. Quella in cui il personaggio interpretato da Denzel Washington sprona il figlio ad allenarsi duramente, anche quando ormai è già buio al playground sotto casa.

You got to work harder than the next man, right?
It's the will of the man; it ain't the skill of the man.
He can't play you. He can't do nothing with you!
We the only two people up. Me, you and Michael Jordan. That's the only people.
Everybody else in the world is asleep.
What you think Jordan doing right now? He lifting weights right now.

Il sacrificio ed il sudore. La volontà e la determinazione di arrivare.
”Posso accettare la sconfitta, ma non posso accettare di rinunciare a provarci”, per citare Michael Jordan.

Ma il campione dei Bulls non ha solo mirato al successo, l'ha fatto attraverso lo spettacolo, spingendo più in là i confini di quanto aveva già fatto con i piedi per aria Doctor J.
Così come nei passi del ballerino che ha ispirato un'intera generazione si possono intravedere gli scivolamenti sul palco del grande James Brown. Maestri di maestri.

M.J. Le iniziali per eccellenza, uno accanto all'altro in Jam.
Tuttavia assocerò sempre Jordan ad un'immagine vincente. Nonostante abbia perso tanto prima di iniziare a trionfare, nonostante i discussi ritiri e i drammi familiari come la morte del padre. Ha mostrato di sentirsi a suo agio, anche lontano da un campo da basket. Per questo Michael Jordan sarà sempre Sua Maestà, o meglio His Airness.

Nel caso dell'altro M.J. ci sono troppe pagine tristi per poterlo ergere a modello, per poter azzardare uno slogan alla Be like Mike. Ha sempre vissuto sotto una bolla protettiva (inaugurata da un padre allucinante), quasi non dovesse essere esposto alla vita comune. Così la sua vita è diventata la musica e quel poco di vero che girava intorno allo star system.

Nel videoclip di Liberian Girl passano davanti alla camera molti vip che hanno avuto il privilegio di conoscerlo. Nell'unico video in cui lui non compare che alla fine, ad occupare la scena è il suo nome di battesimo. Un nome davvero comune, a differenza del resto della sua vita. Quasi un punto di contatto.

Forse perché così mi piace ricordarlo, più vicino a me, per me lui sarà sempre Michael.

Semplicemente Michael.

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Note:
- Remember the time è un altro singolo estratto da Dangerous in cui compare uno dei più grandi cestisti della storia del basket, Earving "Magic" Johnson.
- Spike Lee oltre a Kobe Bryant ha diretto sia Michael Jordan, per una delle più popolari serie di spot della Nike, che Michael Jackson nel videoclip del brano di forte protesta They don't really care about us. (1995)
- In Jam i due Michael cercano di insegnare l'uno all'altro a giocare a basket ed a ballare. Nella versione (extended) del videoclip linkata sopra sono da non perdere gli ultimi due minuti di filmato, con Jordan che prende lezioni di moonwalking.
- Piccola curiosità, anche considerando i loro nomi per esteso le iniziali sarebbero le stesse. M. J. J. : Michael Joseph Jackson e Michael Jeffrey Jordan.

* Scopro in ritardo che in realtà è stata la stampa britannica, specializzata nei giochi di parole nei titoli, a dare origine al soprannome di Jack il pazzoide.



La Finale che non ti aspetti

Categorie: Editoriale
Autore: Max Giordan
Published on 31.05.09

Dimenticatevi Lebron James contro Kobe Bryant, LBJ vs KB24, il Prescelto contro il Mamba: le Finals 2009 presenteranno una inedita Magic-Lakers, con buona pace di Stern.

Fin dalla regular season era noto come i Magic presentassero tatticamente il maggior numero di grattacapi per i Cavaliers: miss match nella posizione di ala grande, miss match ovvio in quella di centro, una difesa aggressiva contro i tiratori forte della presenza interna del n.12 contro le penetrazioni.

Tutte cose che si sapevano, ma si immaginava sarebbero state in qualche modo superate dai Lebroners, che si presentavano comunque col miglior record della regular season e con una difesa Spurs-style che aveva fermato ogni avversario per tutta la stagione. In attacco, ovviamente, palla al prescelto con l'ottimo Mo Williams a togliergli pressione, di tanto in tanto.

Invece, è andata come tutti sapete: i Magic hanno tirato benissimo da 3, hanno gestito meglio i finali di partita – da sempre la loro specialità grazie alla coppia atipica Turkoglu-Lewis – e hanno sfruttato lo strapotere fisico di Howard, apparso molto migliorato, più maturo e concentrato, affidabile anche dalla lunetta e nei momenti caldi delle partite.

Superman ha ancora ampi margini di miglioramento dal punto di vista tecnico in attacco, ma intanto è già il giocatore più dominante della Lega in difesa: in più è giovane, ha un atteggiamento sempre positivo e sorridente e non mette pressione ai compagni.

Mentre nei momenti decisivi i compagni di Lebron sanno che ogni loro tiro sbagliato può costringere il Prescelto a vincere la partita da solo, forzando e giocando uno contro cinque, Howard sa che nei finali di partita la palla sarà comunque nelle mani degli esterni, ma si è fatto comunque trovare pronto quando chiamato in causa. Insomma è una stella ma meno ingombrante e meno accecante di LBJ, capace di lasciare il proscenio ai compagni senza battere ciglio (finchè si vince, ovvio!).

Ora i Magic sono attesi dalla sfida più difficile: ribaltare il fattore campo anche nelle Finals, contro i Lakers in forte crescita visti nelle ultime 2 partite contro i Nuggets.

Per Kobe è già pronta la staffetta Lee-Pietrus, mentre Turkoglu difficilmente riuscirà a dare una mano come invece ha fatto contro Lebron.
Ma l'impressione è che la serie si deciderà sotto canestro: a meno di un improbabile risveglio improvviso del bambinone Bynum, apparso del tutto spaesato in questa post season, i Lakers appaiono nettamente meno attrezzati dei Cavs per sostenere l'onda d'urto di Howard.

Se non ci sono riusciti i Lebroners con Ilga, Varejao e Wallace, ci dovrebbero riuscire i Lakers con Bynum e Gasol? Certo, i Lacustri saranno più equilibrati sulle ali con Ariza e Odom, ma se togliamo dall'equazione gialloviola la variabile spagnola, specialmente in attacco dal post basso, l'ingranaggio si può inceppare e Kobe può sentirsi autorizzato a provare a vincere le partite da solo... che è poi quello che sperano i Magic.

La realtà è che la presenza di Howard in difesa in mezzo all'area cambia il modo di giocare di tutti e maschera eventuali carenze difensive del resto della squadra. Le difese, nella NBA, sono da sempre abituate ad adeguarsi alle caratteristiche del miglior realizzatore avversario: è ora che anche gli attacchi delle squadre comincino a prepararsi un game plan speciale per ogni volta in cui dovranno affrontare Superman, perchè non è un affare da poco.

Oggi come oggi, in tutta la NBA, esiste un solo antidoto a Dwight Howard, una sola criptonite in grado neutralizzare tatticamente il suo strapotere fisico, e vada come vada la Finale sarà sicuramente – a sorpresa – l'uomo mercato di questa estate: parliamo ovviamente di Shaquille O'Neal.

Se i Cavs vogliono avere una chance di tenere Lebron la prossima estate, è meglio che alzino fin da subito il telefono e imparino a memoria il prefisso dell'Arizona. Ma non saranno gli unici a farlo...



Playoff NBA: chi vince prende tutto...

Categorie: Editoriale
Autore: Max Giordan
Published on 16.04.09

E’ tutto pronto.
I Playoff NBA 2009 si presentano al via come quelli forse più competitivi degli ultimi anni.

Infatti dopo diverse stagioni in cui lamentavamo l’eccessivo numero di squadre e di conseguenza l’eccessiva diluizione del talento e un abbassamento generale della competitività del campionato, quest’anno abbiamo finalmente assistito ad una generale inversione di tendenza: l’Est non è più la Conference materasso, 3 squadre hanno superato la soglia delle 60 vittorie, numerosi giocatori hanno disputato la stagione della carriera (LBJ, Wade, Howard), nuove squadre sembrano pronte per un salto di qualità a lungo atteso (Denver, Portland, Miami).

Maggiore competitività e livello generale di gioco più elevato non significano necessariamente che questi playoff saranno anche i più combattuti e incerti: 2 squadre infatti, apparentemente, sono un gradino sopra le altre.

Playoff NBA 2009 al momento equivale a dire Lebron contro Kobe, The Chosen One vs The Next MJ, una sfida da sogno che già in regular season ci ha regalato qualche antipasto niente male, con i Lacustri unica squadra in grado di sbancare la Quicken Loans Arena – se escludiamo l’ultima partita di regular season dove i Cavs hanno lasciato riposare tutti i titolari...

Lakers e Cavaliers appaiono 2 squadre complete e profonde, costruite con pazienza, pronte per vincere, entrambe con una finale persa alle spalle nelle ultime 2 stagioni... ma non perfette.

Il punto debole dei Lakers era e rimane la difesa: pur essendo migliorati rispetto a 12 mesi or sono, potendo oggi contare sull’apporto a tempo pieno di Bynum e Ariza, e con un Gasol molto maturato a livello di intensità e grinta, i gialloviola rimangono una squadra che vince cercando di segnare un punto in più degli avversari. E’ probabilmente dai tempi dello showtime di Riley e Magic che in NBA non si vince un titolo con questa filosofia... ma insomma, se qualcuno oggi può riuscirci è sicuramente la coppia Jackson-Bryant.

Il punto debole dei Cavs? Difficile a dirsi: hanno una difesa arcigna (anche se i Celtics 2008 rimangono inarrivabili da questo punto di vista) e un Mo Williams in più in attacco.
Rispetto ai Lakers appaiono meno forti, e sicuramente meno talentuosi, vicino a canestro e forse ancor a più legati a Lebron nei momenti decisivi di quanto non lo siano i Los Angelini con Kobe.

Nessuno mette in dubbio la capacità di Lebron di decidere le partite nell’ultimo quarto, ma se costretto a scaricare la palla comincerà a pesare quintali nelle mani di tiratori bravi ma non si sa quanto abituati a sopportare la pressione di una finale. Insomma, le alternative al proprio N.1 in attacco non sono abbondanti e di qualità quanto quelle dei gialloviola.

Tutto questo, sulla carta: prima di arrivare a giugno dovranno comunque sistemare delle pratiche poco simpatiche. Ad esempio dei Celtics da 62 vittorie, o degli Spurs riposati all’ultimo (o penultimo?) ballo, per non parlare di gente emergente come Dwight Howard o Brandon Roy, giocatori che non molleranno la presa tanto facilmente, proprio ora che cominciano a sentire il profumo dei piani alti.

Questi Playoffs infine saranno decisivi non solo per questa stagione, ma anche per le prossime.
Kobe e Lebron, infatti, pur in momenti diversi della propria vita e della propria carriera, semplicemente non possono accettare una sconfitta quest’anno.

Chi perde, infatti, è probabile che metterà in dubbio la propria permanenza in squadra nell’estate che verrà...

Insomma, la tavola è imbandita... e, devo dirvi la verità, da tempo non sentivo l’appetito che ho quest’anno.

A tutti voi, grazie per averci seguito fino a qui, e buon divertimento!



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