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Play.it USA

Archivi per: Luglio 2009

Un momento per riflettere

Categorie: Editoriale
Autore: Dave Lavarra
Published on 13.07.09

L’aspetto, a mio avviso, più bello degli sport americani, è che non esiste un attimo di tregua. Contrariamente a quanto accade in Italia, dove il vuoto estivo è a dir poco demoralizzante, negli Stati Uniti ogni mese è coperto da uno sport professionistico maggiore: l’autunno ed i primi segni dell’inverno sono dominati dal football, novembre dà il via allo spettacolo della Nba, quando la Nhl è già attiva, e quando terminano i playoffs di queste due leghe c’è sempre il buon vecchio national passtime, il baseball, che marchia l’estate americana di almeno un evento competitivo, scorrendo piacevolmente fino a sovrapporsi al nuovo inizio del football.

Non c’è tempo per pensare troppo, le stagioni si archiviano con una velocità impressionante, i trofei vengono assegnati ed il mercato, negli ultimi anni protagonista almeno tanto quanto l’evento del campionato, apre la caccia alle chiacchiere su chi sarà la corazzata da battere in vista dell’annata ventura.

Gli avvenimenti sono frenetici, e la cosa positiva è che c’è sempre qualcosa da approfondire, un risultato da leggere il mattino seguente, un notiziario da guardare per sapere cos’è successo al di là di quell’oceano che separa i nostri sogni di appassionati italiani da una realtà tutta a stelle e strisce.

Purtroppo, le notizie non sono sempre belle.

Quella della recente scomparsa di Steve “Air” McNair, ex quarterback dei Tennessee Titans (e per un anno, dei Baltimore Ravens), approdato in franchigia quando ancora essa era legata agli spiccioli di esistenza degli Houston Oilers, va purtroppo a sommarsi ad altre notizie simili già sentite in passato, ad incolonnarsi nella casella di tutte quelle tragedie cui non vorremmo mai essere stati passivi partecipanti, ad aumentare un senso di sgomento che accentua il vero valore che ha per chi lo segue, un determinato sport praticato così distante dal luogo in cui si è nati.

E’ un senso il cui sapore amaro può essere benissimo riconosciuto al primo boccone, in quanto già fattoci inghiottire dal tragico incidente automobilistico di Drazen Petrovic e dalla resa del cuore di Reggie Lewis, dalla rabbia provata nei confronti di quel dannato ubriaco che, andando in contromano, tolse la vita a Malik Sealy, e, tornando al football, dal tragico epilogo della vicenda Darrent Williams, giovane cornerback dei Denver Broncos crivellato di colpi e perito all’interno di una limousine, tra le gambe di un suo compagno di squadra, nonché dalla non meno agghiacciante fine di Sean Taylor, safety dei Washington Redskins vittima di un’intrusione nella propria abitazione, la cui agonia nel lettino di ospedale non fece che prolungare il dolore provato.

Se i primi episodi citati possono essere relazionati alla fatalità, al destino, o come lo vogliamo chiamare, gli ultimi fanno parte di una triste realtà che, di tanto in tanto, offusca una bellezza intuibile appassionandosi ad un paese ed a una cultura come quelle statunitensi, così ideale e meravigliosi da raggiungere, ma anche così pieni di contraddizioni a volte fin troppo evidenti.

Basti pensare alla gestione della propria carriera, da parte di questi giovani, specialmente i ragazzi di colore, che troppo spesso approdano al professionismo senza sapere esattamente che fare dell’enorme quantità di denaro che viene loro versata per divertirsi, senza avere un’adeguata istruzione per via del fatto che, magari, qualcuno ha fatto un esame al posto loro per ammetterli al college, e senza avere il prezioso supporto di due genitori, dal momento che tantissimi di questi atleti hanno in comune il fatto di essere stati cresciuti dalla sola madre, o dalla nonna, e di avere individuato la figura paterna in una persona magari non adatta a quel ruolo.

Viene da pensare alla rigidità del nuovo regime Nfl, quello targato Roger Goodell, implacabile sceriffo che ha distribuito sospensioni a destra e manca nei riguardi di qualsiasi personaggio mettesse in discussione la credibilità e la signorilità (forse presunta) della lega da lui diretta, senza tuttavia riuscire a fermare un fenomeno di massa, quello dell’illegalità e della violenza, che trovano il loro apice quando le bocce sono ferme, nella offseason, quando i giocatori (non tutti, sia chiaro) hanno poco o niente da fare, se non scegliere qualche modo idiota di spendere i propri soldi, o di cercare comportamenti sconvenienti senza mai pensare alla conseguenza riflessa nel proprio status di celebrità, di personaggio famoso al pubblico, soggetto quindi alle mille attenzioni dei media, che presto fanno a dipingerne un quadro da cui a volte non si riesce più ad uscire indenni.

La morte di Steve McNair, pur non direttamente correlata con i concetti appena espressi, ha un minimo comune denominatore con gli episodi citati: rappresenta l’ennesima scomparsa di una persona ancora troppo giovane per andarsene da qui.

E’ l’ennesimo episodio dove la tragedia si porta via qualcuno che si pensava restasse qui per sempre, in quanto icona sportiva, fiero combattente sul campo di gioco, legame (almeno per chi scrive) con un’adolescenza vissuta idolatrando giocatori come lui, responsabili di pagine indelebili di storia Nfl, nonchè “vittima” (le virgolette paiono obbligatorie) di una delle ingiustizie sportive più grandi dello sport americano, rappresentato da quella mancata vittoria del Super Bowl per una questione di pochissimi centimetri.

E’ stato invece vittima (nel vero senso del termine, stavolta) di un altro omicidio insensato, sui cui motivi giacerà per sempre un grandissimo alone di mistero, e che genera un mucchio di domande a cui nessuno potrà mai rispondere.

Non resta che guardare ai fatti, che è l’unica cosa che resta: se ne va un altro grande, una persona che per la Tennessee sportiva è stato assolutamente un mito, che ha fatto moltissimo per aiutare la comunità e si è sempre mostrato più che disponibile ed accessibile al suo pubblico. McNair è un’altra vittima del sistema controverso, quello che concede pari opportunità a tutti, ma che ancora, nello specifico, permette l’acquisto di un’arma con troppa leggerezza.

Due immagini che stonano tremendamente tra loro, ed offuscano quel senso di felicità e benessere che ogni appassionato prova guardando una partita della sua disciplina preferita, sia essa rappresentata da una palla rotonda, ovale, o da un dischetto che schizza sul ghiaccio.

E visto che siamo in estate, tra un inning e l’altro, sarebbe bello che ognuno si prendesse una piccola pausa di riflessione, in attesa che quella sensazione di smarrimento, se ne vada via ancora una volta.

Arrivederci, caro Steve.



Michael !

Categorie: Editoriale
Autore: mookie
Published on 08.07.09

Quando sono nato, lui era già una star. Lo adoravo da bambino e sono cresciuto con la sua musica. Avevo pure il suo videogame! C'è sempre stato e mi sembra quasi irreale che non ci sia più.

L'etichetta di King of Pop non mi è mai piaciuta.
Così insipida, fredda e lontana dalla persona.
Ce ne saranno altri di King of Pop, perché ogni epoca ha il suo re. Eppure non ce ne saranno altri come lui.

Quasi gli preferisco il nomignolo un po' antipatico che gli hanno dato gli Americani, gente così semplice per cui lui non poteva che essere uno strambo, (wacko-) jacko appunto.*

Lui va detto che non ha mai fatto nulla per sfuggire all'apparire diverso. Da bambino prodigio a zombie ballerino, da nero a bianco. Uno che cammina sulla Luna e lo fa pure andando all'indietro!

Tra gli ultimi attimi di luce di una carriera accecante ma che da tempo si stava spegnendo, nel 1995 scrisse Stranger in Moscow, mettendo in parole e musica questo su estraneità al mondo che lo circonda e di cui la capitale russa non è che un occasionale esempio.
Lui, un alieno tra noi.

Di fatto da sempre un protagonista del mondo dello spettacolo, aveva un'infinità di amici nello star system, mondo dello sport compreso. Il 1991 è l'anno di Dangerous, l'album che contiene la famosissima Jam. Il video del brano (sua anche la regia del videoclip) è lo straordinario incontro tra i due extra-terrestri più amati: quello che balla con calzetti bianchi e mocassini neri e quello che vola con una palla in mano e la lingua fuori. Vedendo entrambi in azione è impossibile non domandarsi "ma come diavolo fanno"?

jam-michael-jackson-jordan

Cos'altro hanno in comune i due? Il fatto di eccellere nella loro arte.
A tal proposito mi torna in mente l'intervento telefonico di Kobe Bryant durante lo speciale che MTV ha dedicato alla scomparsa di Mr. Neverland. La star dei Lakers ha raccontato di come da lui abbia ricevuto uno dei più preziosi consigli: non temere il giudizio degli altri, se la passione ti spinge ad apparire un maniaco del tuo lavoro. Nello sport, nello spettacolo ed in qualsiasi altra professione l'attenzione scrupolosa per i dettagli e la ricerca della perfezione sono elementi che fanno la differenza.

Non è un caso che Kobe Bryant e Michael Jordan siano diventati dei grandi campioni, due tra i più straordinari casi di talento per il gioco unito ad una grande etica del lavoro.

Molti di voi di recente avranno visto il documentario che Spike Lee ha dedicato a Kobe Bryant, guarda caso dal titolo Kobe doin' work. Sempre il regista di Brooklyn aveva già posto l'enfasi sulla dedizione che contraddistingue i Grandi in una delle mie scene preferite di He got game. Quella in cui il personaggio interpretato da Denzel Washington sprona il figlio ad allenarsi duramente, anche quando ormai è già buio al playground sotto casa.

You got to work harder than the next man, right?
It's the will of the man; it ain't the skill of the man.
He can't play you. He can't do nothing with you!
We the only two people up. Me, you and Michael Jordan. That's the only people.
Everybody else in the world is asleep.
What you think Jordan doing right now? He lifting weights right now.

Il sacrificio ed il sudore. La volontà e la determinazione di arrivare.
”Posso accettare la sconfitta, ma non posso accettare di rinunciare a provarci”, per citare Michael Jordan.

Ma il campione dei Bulls non ha solo mirato al successo, l'ha fatto attraverso lo spettacolo, spingendo più in là i confini di quanto aveva già fatto con i piedi per aria Doctor J.
Così come nei passi del ballerino che ha ispirato un'intera generazione si possono intravedere gli scivolamenti sul palco del grande James Brown. Maestri di maestri.

M.J. Le iniziali per eccellenza, uno accanto all'altro in Jam.
Tuttavia assocerò sempre Jordan ad un'immagine vincente. Nonostante abbia perso tanto prima di iniziare a trionfare, nonostante i discussi ritiri e i drammi familiari come la morte del padre. Ha mostrato di sentirsi a suo agio, anche lontano da un campo da basket. Per questo Michael Jordan sarà sempre Sua Maestà, o meglio His Airness.

Nel caso dell'altro M.J. ci sono troppe pagine tristi per poterlo ergere a modello, per poter azzardare uno slogan alla Be like Mike. Ha sempre vissuto sotto una bolla protettiva (inaugurata da un padre allucinante), quasi non dovesse essere esposto alla vita comune. Così la sua vita è diventata la musica e quel poco di vero che girava intorno allo star system.

Nel videoclip di Liberian Girl passano davanti alla camera molti vip che hanno avuto il privilegio di conoscerlo. Nell'unico video in cui lui non compare che alla fine, ad occupare la scena è il suo nome di battesimo. Un nome davvero comune, a differenza del resto della sua vita. Quasi un punto di contatto.

Forse perché così mi piace ricordarlo, più vicino a me, per me lui sarà sempre Michael.

Semplicemente Michael.

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Note:
- Remember the time è un altro singolo estratto da Dangerous in cui compare uno dei più grandi cestisti della storia del basket, Earving "Magic" Johnson.
- Spike Lee oltre a Kobe Bryant ha diretto sia Michael Jordan, per una delle più popolari serie di spot della Nike, che Michael Jackson nel videoclip del brano di forte protesta They don't really care about us. (1995)
- In Jam i due Michael cercano di insegnare l'uno all'altro a giocare a basket ed a ballare. Nella versione (extended) del videoclip linkata sopra sono da non perdere gli ultimi due minuti di filmato, con Jordan che prende lezioni di moonwalking.
- Piccola curiosità, anche considerando i loro nomi per esteso le iniziali sarebbero le stesse. M. J. J. : Michael Joseph Jackson e Michael Jeffrey Jordan.

* Scopro in ritardo che in realtà è stata la stampa britannica, specializzata nei giochi di parole nei titoli, a dare origine al soprannome di Jack il pazzoide.